L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
sabato, 25 ottobre 2008

Mala tempora currunt

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito.

Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c'è un'altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta.

Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime... Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi.

Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.

Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina.

L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"

Discorso pronunciato da Pietro Calamandrei al III Congresso in difesa della scuola nazionale - Roma, 11 febbraio 1950.

1236_scuola
domenica, 20 luglio 2008

I fannulloni

In questo periodo dedicato al riposo e alle letture sotto l'ombrellone o sotto un albero nella frescura della montagna o nella quiete della città semi vuota, le segreterie delle scuole continuano a lavorare a ritmo serrato per gli adempimenti e le scadenze di luglio e di agosto, in vista della riapertura di settembre.
Eh, sì, le segreterie sono aperte e lavorano. Forse il ministro Brunetta è tra quei candidi che ancora ci domandano: ma che cosa fate in segreteria tutta l'estate, se la scuola è finita a giugno?
Vi risparmio un arido elenco di adempimenti e di pratiche da sbrigare con attenzione , ma anche con una certa velocità, e vi dico solo che in questi anni l'autonomia scolastica ha prodotto un notevole aumento del carico di lavoro per il personale A.T.A., a fronte dei continui tagli di risorse e della misera stabilizzazione di un numero di precari sempre insufficiente rispetto al fabbisogno delle segreterie.
Precari che sono in graduatoria da una vita e molti dei quali arriveranno all'età della pensione senza aver nemmeno sfiorato la sospirata immissione in ruolo.
Precari e non, siamo oramai abituati a lavorare come muli, a non assentarci dal lavoro per non creare disagi e disservizi anche quando la salute fa cilecca, a trattenerci spesso anche oltre l'orario di lavoro senza considerarlo lavoro straordinario, a spostare le ferie a data da destinarsi se ci sono scadenze che incombono.
I fannulloni esistono, sono sempre esistiti, nel pubblico e nel privato, e anche nel settore pubblico i mezzi per contrastarli ci sono. Usiamoli.
Cominciamo a dimostrare responsabilità dall'alto e poi via scendiamo alla base della piramide e per favore non facciamo,come il solito, di ogni erba un fascio.
Io ho la fortuna di lavorare in un ambiente sereno e produttivo, nel quale ciascuno contribuisce in maniera determinante e per quanto gli compete; il Dirigente Scolastico, Il Direttore S.G.A.,  il corpo docente e i colleghi A.T.A.
Quando l'utenza è soddisfatta e ci ringrazia, rispondiamo solo di aver fatto il nostro dovere di impiegati della scuola.
E siamo in tanti a rimboccarci le maniche perchè la scuola pubblica vada avanti.
Ci rifletta sopra un po', ministro Brunetta, poi magari ne riparliamo.
Scusate lo sfogo.
Annarita
scrivania_definitiva_21-12-2006
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categorie: riflessione
lunedì, 16 giugno 2008

buone vacanze a tutti

vacanzeE' senza dubbio difficile aggiornare il blog a fine anno scolastico, periodo denso di impegni e per molti di esami. Riteniamo quindi più opportuno fare una pausa sia di vacanza sia di riflessione. E' stato un anno importante perchè attraverso il blog abbiamo conosciuto tante persone che lavorano in ambiti diversi ma con gli stessi ideali e le stesse speranze. Ringraziamo perciò tutti coloro che hanno seguito con interesse e curiosità questo blog, dando il contributo sia inviandoci dei pezzi sia commentando. Speriamo di ritrovarvi tutti riposati  e pieni di idee.
Vi invitiamo perciò  a registrare eventuali riflessioni e proposte in modo da ricominciare con  entusiasmo dopo la pausa estiva.  Buone vacanze a tutti
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domenica, 01 giugno 2008

L'ospite inquietante di Umberto Galimberti

Galimberti“Alla base della demotivazione scolastica esiste quella tendenza all'oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti.

Siccome la quantità è misurabile con il calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche. Libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione; più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.

Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d'abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”. (…)

 “Manca un'educazione emotiva: dapprima in famiglia, dove i giovanissimi trascorrono il loro tempo in quella tranquilla solitudine con le chiavi di casa in tasca e la televisione come baby-sitter, e poi a scuola quando, sotto gli occhi molto spesso appannati dei loro professori, ascoltano parole inincidenti, che fanno riferimento a una cultura troppo lontana da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale. E così la loro sensibilità fragile, introversa e indolente, che la scuola si guarda bene di educare, tracolla in quell'inerzia a cui li aveva allenati l'apprendimento passivo davanti al video e oggi davanti a internet, con frequenti fughe nel sogno o nel mito, nella ricerca neppure troppo spasmodica di un'identità, di cui troppo presto si dubita di poter reperire la fisionomia, per incapacità di rintracciare radici emotive proprie”.

Da: Umberto Galimberti, L'ospite inquietante, Rizzoli, Milano 2007

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categorie: citazioni, difficoltà e disagio, come star bene a scuola, galimberti umberto
martedì, 27 maggio 2008

E' possibile diventare razzisti?

_razzismo_01Come è possibile che esplodano improvvisamente così tanti episodi di razzismo? Da dove viene tanta intolleranza?
Cosa provano e cosa pensano i nostri ragazzi a vivere in un clima così sospettoso e pieno di paure?
Chi ieri era tranquillo si sente insicuro per la semplice presenza di stranieri, qualunque sia la loro provenienza.
Nessuno di noi può considerarsi esente da questo clima che si è intrufolato piano piano quasi in silenzio nella nostra società. E i ragazzi sono ancor meno protetti anzi se devono prendersela con qualcuno è facile che questo qualcuno diventi uno straniero, anche se loro compagno e anche se non ha fatto niente, neanche reagito.
Quando si fanno delle vere e proprie campagne di “caccia alle streghe” anzi “al criminale” non ci si rende conto che quasi si legittimano certi comportamenti intolleranti .
Il razzismo è sempre lì alle porte, basta nulla per farlo esplodere e per dare luogo ad atti di violenza del tutto irrazionali anche fra i bambini. E’ possibile diventare razzisti “tutto dipende dall’educazione che avrai ricevuto – dice T. B. Jelloun -  Tanto vale saperlo e impedirsi di esserlo, ovverosia, accettare l’idea di essere anche noi capaci, un giorno, di avere sentimenti e comportamenti di rigetto nei confronti di qualcuno che non ci ha fatto niente, ma è differente da noi”. Credo che la sfida per una buona convivenza, per una società basata sul rispetto, comincia proprio nella scuola, come luogo privilegiato in cui conoscersi, apprezzarsi, cimentarsi con le difficoltà, superare la diffidenza nei confronti della diversità.
"Quando tornerai a scuola guarda bene i tuoi compagni e noterai che sono tutti diversi tra loro, e questa differenza è una bella cosa. E' una buona occasione per l'umanità. Quegli scolari vengono da orizzonti diversi, sono capaci di darti cose che non hai, come tu puoi dar loro qualcosa che non conoscono"
(da Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani, Milano 1998).
Ricordo il rifiuto di una mia allieva di scrivere il suo luogo di nascita (Calabria). Lasciava lo spazio in bianco. Inizialmente non ho dato peso alla cosa, poi ho capito che aveva il terrore di far sapere che e la sua famiglia erano meridionali. Mi ha poi rivelato che sua sorella era stata perseguitata per il suo percorso scolastico da un compagno che non solo usava nei suoi confronti epiteti offensivi ma le mandava lettere anonime con messaggi minacciosi. Lei aveva visto tante volte sua sorella piangere disperata e non voleva vivere la stessa esperienza. Finalmente un preside è intervenuto in modo più incisivo.

scritto da Costanza

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giovedì, 15 maggio 2008

Il metodo dei sei cappelli

Ho letto in questi giorni un interessante pubblicazione di Edward de Bono, psicologo maltese che ha raggiunto fama internazionale con i propri studi sulla creatività. Il suo curriculum è di tutto rispetto, ha lavorato per grandi aziende internazionali mettendo in pratica nella realtà aziendale ciò che spiega teoricamente nel suo agile libretto "Sei cappelli per pensare" (BUR, psicologia e società, 2007, euro 7,40)
image_book.phpNella prefazione al libro, Edward de Bono scrive tra l'altro: "La maggiore difficoltà che si incontra nel pensare è la confusione. Cerchiamo di fare troppe cose alla volta. Emozioni, informazioni, logica, aspettative e creatività si affollano in noi. È come fare il giocoliere con troppe palle."

Se ci pensate bene, è una situazione in cui ci troviamo quotidianamente, in famiglia, al lavoro, e anche a scuola.

Le ipotesi e le soluzioni, i dubbi e le contraddizioni, le domande e le risposte si avvicendano nella nostra mente e in quella di chi ci sta vicino come fossero palline impazzite dentro un flipper; giochiamo partite delle quali spesso perdiamo il controllo, a discapito dell'esito finale.

Edwar de Bono spiega nel suo libro "...La difesa dell'Io, responsabile della maggior parte degli errori che compiamo nel pensare, è il fattore più limitante per la nostra mente."

Questa affermazione mi ha fatto fare una riflessione pratica, ma che credo si adatti al senso del libro: arriva l'estate e non vedo l'ora di tirare fuori dall'armadio quel paio di pantaloni che mi sta così bene. Cerco di indossarli e mi accorgo che, durante l'inverno, ho messo su qualche chilo di troppo. Che faccio, rinuncio? Nenache per sogno, mi metto a dieta e cerco di riacquistare il mio peso forma.
 

Quante volte un'idea ci ostacola, ci limita? Spesso non ce ne rendiamo neppure conto, ma altre volte ne siamo consapevoli eppure difficilmente ci impegnamo a modificarla. Perché non sottoporre anche il nostro cervello a una specie di dieta, così come faremmo con un fisico rotondetto?

Ecco che entra in gioco il metodo dei sei cappelli che Edward de Bono ha ideato e che consiste nell'immaginare di indossare di volta in volta sei cappelli, appunto, ognuno dei quali ha un colore diverso e quindi un diverso scopo.
Questo metodo ha quattro funzioni principali:
- definire la parte da recitare, cioè intraprendere un cammino di pensiero diverso dal solito senza che il nostro Io si senta in pericolo per questo motivo;
- dirigere l'attenzione, cioè impedire al nostro pensiero di essere puramente reattivo e indirizzarlo verso i singoli aspetti del problema;
- evidenziare la convenienza, cioè la funzione simbolica dei cappelli ci permettere di chiedere di volta in volta a noi stessi e agli altri di cambiare atteggiamento;
- stabilire le regole del gioco, cioè spiegare a tutti, bambini compresi, in modo chiaro e semplice come usare i sei cappelli nel gioco del pensiero.

Vediamo adesso come sono e che cosa rappresentano i sei cappelli, ognuno dei quali ha un colore legato alla propria funzione. Nell'uso pratico del metodo, sarà importante ed efficace fare sempre riferimento al colore del cappello e mai alla sua funzione, in quanto sarà più facile "indossare un cappello" e esprimere attraverso il suo uso un concetto, un'emozione, un giudizio che normalmente creerebbero disagio, se esposti in prima persona
Cappello biancoIL CAPPELLO BIANCO, neutro come il suo colore, indica l'oggettività, la realtà dei dati, dei fatti e delle informazioni sui quali non vi è dubbio. Chi indossa il cappello bianco fornisce dati indiscutibili, e questo è il punto di partenza comune a tutti in ogni situazione o discussione.
cappello rossoIL CAPPELLO ROSSO, associato alla rabbia, alle emozioni che l'argomento ci provoca. Non devono essere spiegate razionalmente, hanno diritto ad essere espresse e nessuno è obbligato a condividerel con noi. Chi indossa il cappello rosso fornisce un punto di vista puramente emotivo.
cappello neroIL CAPPELLO NERO, identificato dal colore cupo e negativo. Chi lo indossa mette in evidenza gli aspetti negativi, i pericoli, gli errori, i difetti, può permettersi di essere pessimista. Ma è soprattutto il cappello del pensiero critico per ragionare con cura e profondità su un fatto o un problema.
cappello gialloIL CAPPELLO GIALLO, solare e positivo, indossato da chi è ottimista o, più in generale, riesce a coltivare la speranza e a esprimersi con pensieri positivi, vedendo il lato buono delle persone, delle cose, delle situazioni. È il contrario del cappello nero, ed entrambi si indossano per esprimere giudizi.
cappello verdeIL CAPPELLO VERDE, assimilabire al rigoglio della natura, è indossato da chi voglia esprime pensieri e concetti creativi e produrre nuove idee. È il cappello che permette la libera espressione, l'esposizione di concetti innovativi che ci aiutino a liberarci dagli schemi mentali a cui siamo abituati.

cappello_bluIL CAPPELLO BLU, dal colore freddo come quello del cielo che si estende su tutto. Simboleggia l'organizzazione dell'intero processo del pensiero e chi lo indossa vuole esaminarlo tutto, analizzando e assimilando le idee che gli altri cappelli hanno aiutato a sviluppare e traendo le conclusioni.

Apprese le funzioni dei sei cappelli, si intuisce l'efficacia del sistema. È più facile esporre una teoria, trasmettere un'emozione, fare una critica, analizzare una situazione al riparo metaforico di un cappello che ci consenta di ragionare di volta in volta in modo diverso, senza tuttavia mettere in discussione il nostro io, come si diceva all'inizio.

L'efficacia del metodo dei sei cappelli è stata applicata con successo nelle aziende, ma nulla ci impedisce di adottarlo noi stessi in famiglia, nel lavoro, a scuola.
Immaginatene l'applicazione in classe, con i bambini e i ragazzi.
Si possono coinvolgere dapprima manualmente, magari nella realizzazione di semplici cappelli di carta nei colori stabiliti,  poi guidandoli piano piano ad esprimere il parere suggerito dal cappello in uso quel momento.

Lo schema che vi ho esposto sopra vi fa intuire che sarà più facile iniziare con il cappello bianco per finire con quello blu. Saranno tutti stimoltati, con l'aiuto di un adulto, ad esprimersi al di fuori degli schemi e sicuramente potremo vedere l'ottimista esprimere concetti negativi e viceversa, il timido trovare il coraggio di farsi sentire e il razionale lasciarsi andare alla fantasia e alla creatività.
Scopo di questo metodo è permettere ad ognuno di occuparsi di una cosa alla volta, rendendo semplice un pensiero complesso, e di compiere "un'inversione di rotta" nel proprio modo di pensare parlando chiaro tra noi senza offenderci perché, come abbiamo visto, l'integrità dell'Io non viene scalfita.

Scrive ancora Edward de Bono:" Il sistema dei sei cappelli è progettato per far passare il pensiero dal normale metodo dialettico al metodo di mappatura. Il pensiero diventa così un processo a due fasi. La prima fase è l'esecuzione della mappa. la seconda è la scelta del percorso sulla mappa. Se la mappa è fatta bene, il percorso migliore risulterà spesso di immediata evidenza."

Annarita
postato da annaritav alle ore 18:53 | link | commenti (9)
categorie: difficoltà e disagio, lavorare con la fantasia
mercoledì, 07 maggio 2008

Corso di aggiornamento

Ho partecipato ad un’intensa giornata d’aggiornamento sulla didattica della storia, inserita all’interno di un convegno dedicato ad una bella figura di intellettuale del nostro sud che lavorava al nord, Nenè Criscione. Non lo conoscevo, è morto nell’età della maturità, per cui non ho più la possibilità di conoscerlo se non per ciò che ha fatto e costruito con la sua passione, il suo spendersi per l’insegnamento e la ricerca.

Si era formato intellettualmente negli anni pieni di speranze per un cambiamento prossimo venturo, anni che che non hanno visto un domani e a parlare di lui sono stati i suoi amici, professori universitari e non, che ne hanno tracciato il profilo tutto insito all’interno della passione per la storia, tra ricerca ed impegno intellettuale e politico: una bella persona. Ho sentito relazioni interessantissime sul movimento locale degli studenti e degli operai, sugli anni della tensione e i riflessi neppure tanto periferici di quei momenti nella nostra realtà. Ho ascoltato una splendida relazione della professoressa Aurora del Monaco su “Insegnare storia” e dotti studiosi, tra cui Serge Noiret dell’Istituto Europeo di Firenze, parlare della storia in rete o di laboratori di storia; è intervenuta una relatrice che ha illustrato l’interesse e la passione di Nenè Criscione sulla tematica della mafia, ed in particolare sul tema “mafia e web” che è assai ricco ed articolato. E’ stata una bellissima e proficua giornata.

Qualche appunto che voglio condividere con chi mi legge:

Si può essere attenti alla politica possibile solo attraverso la trasmissione delle conoscenze storiche. La conoscenza del passato deve permetterci di cogliere la dimensione del presente e non essere finalizzata ad arricchirci di erudizioni. Non consentire che le ali della storia siano mozzate dal clima sociale (e questo, a mio avviso, può essere una risposta a chi si prefigge di riscrivere la storia a fini politici). L’insegnamento della storia (ma direi l’insegnamento di qualsiasi disciplina) è un campo con specifiche competenze. L’insegnante deve essere  ricercatore, protagonista della sua ricerca e non un semplice portatore d’acqua, e da ricercatore deve creare una rete di rapporti, una comunità virtuale (che non significa solo comunità inserita in una rete multimediale, ma comunità che abbia al suo interno una forza) che si dia delle possibilità. Il problema della didattica deve prendere in considerazione la “matetica”, ossia sull’arte, sulla capacità di far apprendere attraverso una comunicazione che abbia una sua logica. L’impegno che richiediamo agli studenti deve nascere dal rigore dell’approccio, un rigore frutto di ricerca passionale ed appassionata (ma se noi per primi non abbiamo passione per quanto proponiamo…). La “buona scuola” è un “locus” etico (e non è il programma che fa una buona scuola, ma l’eticità che vi si respira). L’insegnamento tout court, e l’insegnamento di storia in particolare, deve seguire delle linee guida che possono essere individuate in questa direzione: 1) conoscere coloro con cui operi (i giovani, perchè protagonisti del nostro lavoro e da essi il nostro lavoro non può prescindere), 2) parlare di argomenti socialmente ed eticamente rilevanti (se la nostra contemporaneità sembra aver perso la lanterna con cui far luce davanti a sè è un problema di cui la scuola deve farsi carico), 3) interrogarsi sugli altri agenti concorrenti (non possiamo lavorare come san Giovanni nel deserto, siamo in relazione con gli altri, ognuno di noi è portatore di “talenti” e se mettiamo insieme i nostri “talenti” potremo arricchire il nostro lavoro, noi stessi e il nostro contesto), 4) dobbiamo sperimentare nuove forme di comunicazione dell’insegnamento.

Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensiate.

postato da ICareancora alle ore 17:09 | link | commenti (13)
categorie: riflettere sulla storia, noterelle di didattica
lunedì, 05 maggio 2008

Discutere per capire

lavagnaDopo un episodio spiacevole capitato in classe, invitati a riflettere su come rendere possibili dei rapporti più veri nell’ambiente scolastico, un allievo di prima media scrive: “Il mio percorso scolastico è stato piuttosto travagliato. Quando avevo tre anni i miei genitori mi hanno tolto da una classe dell’asilo in seguito a una caduta da uno scivolo spinto da un compagno senza la vigilanza di nessuna maestra. Di questo incidente porto ancora una brutta cicatrice sulla fronte e la cosa mi ha spesso fatto riflettere sulla scarsa attenzione e poco senso di responsabilità di certi insegnanti ma anche sulla superficialità dei bambini che non pensano alle conseguenze di certi loro gesti. Tanti altri episodi sono capitati negli anni successivi e l’episodio di oggi mi ha ricordato la mia infanzia. Un mio compagno è stato preso di mira per essersi vantato troppo delle sue possibilità finanziarie e delle sue proprietà; una mia compagna ha scritto per scherzo alla lavagna che lui soffriva di allergia al gesso e invitava tutti a riempire il suo banco di polvere di gesso; un’altra mia compagna non sapendo che l’allergia fosse vera (così ha poi detto) ha davvero riempito il banco di gesso, provocandogli una crisi di asma e molto spavento. Naturalmente si è presa una nota. Io penso che anche lui avrebbe dovuto essere rimproverato con fermezza dagli insegnanti perché, se la scuola è davvero un luogo dove ci confrontiamo con gli altri, non vedo perché bisogna sopportare tutte le mattine le provocazioni di un compagno superbo. Per fortuna un’insegnante glielo ha fatto notare e ha discusso con noi la cosa, ma temo che lui continuerà a vantarsi….Credo che bisogna cercare un rapporto più vero con le persone che ci circondano perché la maggior parte delle persone che conosco si nasconde dietro una maschera e non è spontanea…”

Alla domanda : perché deve vantarsi con i compagni, l’allievo incriminato è rimasto muto e ha chiesto del tempo per pensarci. Nei giorni successivi i compagni chiedevano continuamente se ci aveva pensato e quale fosse la sua risposta. Finalmente una mattina arriva dicendo: ho la risposta: “volevo sentirmi importante davanti ai compagni, ma non so perché”.

Quante occasioni di farli crescere perdiamo perché loro non si fidano di noi e non ci raccontano quello che succede tra loro!

scritto da Costanza

postato da Isola08 alle ore 17:34 | link | commenti (10)
categorie: testimonianze, come star bene a scuola, una scuola per tutti
mercoledì, 30 aprile 2008

Individualismo e collettività di Bruno Munari

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Il periodo storico che stiamo vivendo, segnerà il passaggio, per noi, dall'individualismo al collettivismo. L'esaltazione dell'individuo ha prodotto dei «valori » come corruzione, furberia, egoismo, imposizione, ecc.
Comincia a farsi strada nella mente della gente che la collettività è più importante dell'individuo, che l'individuo vale per quello che dà alla collettività e non per quello che prende. Che gli individui muoiono ma la collettività sarà sempre presente finché ci saranno gli individui. È la collettività che conserva e tramanda la tradizione intesa come somma delle esperienze, in tutti i campi, utili a tutti.
Somma che va continuamente aggiornata, modificata, arricchita di valori oggettivi, con apporti personali degli individui, proprio perché non resti una cosa morta.
L'artista interessato solo a far vedere quanto è bravo, senza aiutare gli altri a capire e ad esprimersi, non serve alla collettività. Esso lascia gli altri nell'ignoranza, permettendo a critici e mercanti disonesti di sfruttarli.
Le stesse strutture politiche spesso condizionano lo sviluppo artistico in forme d'arte di sola apparenza, vuote illustrazioni di un pensiero letterario retorico. Anche in questo caso si tratta di incomprensione, di imposizione di schemi e, in definitiva, di sfruttamento dell'ignoranza.
L'artista o l'operatore culturale di oggi, può aiutare la crescita culturale della collettività. Può preparare gli individui (a cominciare dai bambini) a difendersi dallo sfruttamento, a smascherare i furbi (invece di ammirarli o invidiarli), ad esprimersi con la massima libertà e creatività. Può continuare la tradizione invece che ripeterla stancamente.
(Bruno Munari, da “Verbale scritto” ed. Il Melangolo 1992)

Gentilmente concesso da Giuliano dal blog Abbracciepopcorn
postato da Isola08 alle ore 14:21 | link | commenti (11)
categorie: citazioni, riflessione
giovedì, 24 aprile 2008

Un nuovo 25 aprile, un nuovo 1 maggio sono alle porte.

sassuolo02076Da Verona a Reggio Emilia passando per Milano una nuova presa di parola per la liberazione, dallo sfruttamento, dal lavoro nero, dalla negazione dei diritti prende forma: i protagonisti di questo processo sono i migranti sfruttati nelle cooperative del sub-appalto, quelli impiegati nel lavoro nero dei cantieri, in quello di cura nelle case, quelli costretti a subire le discriminazioni nell’accesso alla casa, quelli esclusi dal decreto flussi, irregolari non per scelta ma perché una legge ingiusta consegna loro questa posizione subordinata nella società.

"Facciamo il nostro dovere, vogliamo i nostri diritti. Sarà una giornata di indignazione" così Khaled attivista del Coordinamento migranti di Verona ci parla della manifestazione convocata per il 25 aprile in città.
Khaled che come tanti altri ormai vive e lavora in questa città da 10 anni, ci ricorda che non si può più parlare di immigrati, ma di cittadini che danno il proprio contributo alla società.

Questi sono i padri dei nostri alunni.

L'aumento degli alunni non italiani procede al ritmo del 20-25 per cento all'anno. Di questo passo nel 2011 il tetto del milione sarà superato. E' quanto si legge su una recente pubblicazione del ministero della Pubblica Istruzione. Il rapporto mette in evidenza che, se nel 2005-2006 gli alunni stranieri erano 425mila, nel 2006-2007 superavano le 500mila unità (501.445 unità) e nel 2007-2008 dovrebbero essere circa 570 mila, cioè il 6,4% (uno straniero ogni 16 alunni). Negli ultimi anni - fa notare La Tecnica della scuola riferendosi ai dati ministeriali - si è registrato un aumento costante del 20-25% rispetto a ogni anno precedente: con questi ritmi il raddoppio (e quindi il superamento del "tetto" di un milione di alunni stranieri) rispetto al 2006 dovrebbe arrivare nel 2011.

Un altro dato interessante riguarda le nazionalità presenti: quella albanese è la più diffusa (78mila alunni, pari al 15,6 rispetto ai 500mila stranieri); subito dopo si collocano i rumeni (68.600, pari al 13,7%), marocchini (68mila, il 13,6%), i Cinesi (24.000, quasi il 5%), i montenegrini e gli ecuadoregni (16mila in entrambi i casi, il 3,2%).

 

Oggi questi ragazzi sentono parlare dei loro padri come di delinquenti, di persone pericolose. Di loro si dà un’immagine sempre negativa e così sentono anche i loro compagni di scuola.

Che convivenza stiamo preparando? Volenti o no saranno sempre di più tra di noi.

E’ irresponsabile una politica che alimenta la paura per prendere voti. La campagna elettorale a Roma la dice lunga…

Ricordiamoci che qualsiaisi parola detta ad alta voce risuona nelle orecchie dei bambini…

 

Eppure a morire davvero sono proprio loro, gli immigrati, di cui non si parla quasi mai…

Accade da vent'anni lungo i confini dell'Europa. Sono soprattutto naufragi, ma non mancano incidenti stradali, morti di stenti nel deserto come tra le nevi dei valichi montuosi, piuttosto che uccisi da un'esplosione negli ultimi campi minati in Grecia, dagli spari dell'esercito turco o dalle violenze della polizia in Libia. Fortress Europe ci fornisce una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 11.980 morti documentate, tra cui si contano 4.232 dispersi.

 

Il 25 aprile deve essere un momento di riflessione sulla società di oggi e non solo una rievocazione del passato.

 

 

 

Scritto da Maria
postato da Isola08 alle ore 15:54 | link | commenti (17)
categorie: riflessione, quale scuola, una scuola multiculturale, educare a essere accoglienti

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