
E' senza dubbio difficile aggiornare il blog a fine anno scolastico, periodo denso di impegni e per molti di esami. Riteniamo quindi più opportuno fare una pausa sia di vacanza sia di riflessione. E' stato un anno importante perchè attraverso il blog abbiamo conosciuto tante persone che lavorano in ambiti diversi ma con gli stessi ideali e le stesse speranze. Ringraziamo perciò tutti coloro che hanno seguito con interesse e curiosità questo blog, dando il contributo sia inviandoci dei pezzi sia commentando. Speriamo di ritrovarvi tutti riposati e pieni di idee.
“Alla base della demotivazione scolastica esiste quella tendenza all'oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti.
Siccome la quantità è misurabile con il calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche. Libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione; più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.
Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d'abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”. (…)
Da: Umberto Galimberti, L'ospite inquietante, Rizzoli, Milano 2007
Come è possibile che esplodano improvvisamente così tanti episodi di razzismo? Da dove viene tanta intolleranza?
Cosa provano e cosa pensano i nostri ragazzi a vivere in un clima così sospettoso e pieno di paure?
Chi ieri era tranquillo si sente insicuro per la semplice presenza di stranieri, qualunque sia la loro provenienza.
Nessuno di noi può considerarsi esente da questo clima che si è intrufolato piano piano quasi in silenzio nella nostra società. E i ragazzi sono ancor meno protetti anzi se devono prendersela con qualcuno è facile che questo qualcuno diventi uno straniero, anche se loro compagno e anche se non ha fatto niente, neanche reagito.
Quando si fanno delle vere e proprie campagne di “caccia alle streghe” anzi “al criminale” non ci si rende conto che quasi si legittimano certi comportamenti intolleranti .
Il razzismo è sempre lì alle porte, basta nulla per farlo esplodere e per dare luogo ad atti di violenza del tutto irrazionali anche fra i bambini. E’ possibile diventare razzisti “tutto dipende dall’educazione che avrai ricevuto – dice T. B. Jelloun - Tanto vale saperlo e impedirsi di esserlo, ovverosia, accettare l’idea di essere anche noi capaci, un giorno, di avere sentimenti e comportamenti di rigetto nei confronti di qualcuno che non ci ha fatto niente, ma è differente da noi”. Credo che la sfida per una buona convivenza, per una società basata sul rispetto, comincia proprio nella scuola, come luogo privilegiato in cui conoscersi, apprezzarsi, cimentarsi con le difficoltà, superare la diffidenza nei confronti della diversità.
"Quando tornerai a scuola guarda bene i tuoi compagni e noterai che sono tutti diversi tra loro, e questa differenza è una bella cosa. E' una buona occasione per l'umanità. Quegli scolari vengono da orizzonti diversi, sono capaci di darti cose che non hai, come tu puoi dar loro qualcosa che non conoscono"
(da Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani, Milano 1998).
scritto da Costanza
Nella prefazione al libro, Edward de Bono scrive tra l'altro: "La maggiore difficoltà che si incontra nel pensare è la confusione. Cerchiamo di fare troppe cose alla volta. Emozioni, informazioni, logica, aspettative e creatività si affollano in noi. È come fare il giocoliere con troppe palle."
IL CAPPELLO BIANCO, neutro come il suo colore, indica l'oggettività, la realtà dei dati, dei fatti e delle informazioni sui quali non vi è dubbio. Chi indossa il cappello bianco fornisce dati indiscutibili, e questo è il punto di partenza comune a tutti in ogni situazione o discussione.
IL CAPPELLO ROSSO, associato alla rabbia, alle emozioni che l'argomento ci provoca. Non devono essere spiegate razionalmente, hanno diritto ad essere espresse e nessuno è obbligato a condividerel con noi. Chi indossa il cappello rosso fornisce un punto di vista puramente emotivo.
IL CAPPELLO NERO, identificato dal colore cupo e negativo. Chi lo indossa mette in evidenza gli aspetti negativi, i pericoli, gli errori, i difetti, può permettersi di essere pessimista. Ma è soprattutto il cappello del pensiero critico per ragionare con cura e profondità su un fatto o un problema.
IL CAPPELLO GIALLO, solare e positivo, indossato da chi è ottimista o, più in generale, riesce a coltivare la speranza e a esprimersi con pensieri positivi, vedendo il lato buono delle persone, delle cose, delle situazioni. È il contrario del cappello nero, ed entrambi si indossano per esprimere giudizi.
IL CAPPELLO VERDE, assimilabire al rigoglio della natura, è indossato da chi voglia esprime pensieri e concetti creativi e produrre nuove idee. È il cappello che permette la libera espressione, l'esposizione di concetti innovativi che ci aiutino a liberarci dagli schemi mentali a cui siamo abituati.
IL CAPPELLO BLU, dal colore freddo come quello del cielo che si estende su tutto. Simboleggia l'organizzazione dell'intero processo del pensiero e chi lo indossa vuole esaminarlo tutto, analizzando e assimilando le idee che gli altri cappelli hanno aiutato a sviluppare e traendo le conclusioni.Ho partecipato ad un’intensa giornata d’aggiornamento sulla didattica della storia, inserita all’interno di un convegno dedicato ad una bella figura di intellettuale del nostro sud che lavorava al nord, Nenè Criscione. Non lo conoscevo, è morto nell’età della maturità, per cui non ho più la possibilità di conoscerlo se non per ciò che ha fatto e costruito con la sua passione, il suo spendersi per l’insegnamento e la ricerca.
Si era formato intellettualmente negli anni pieni di speranze per un cambiamento prossimo venturo, anni che che non hanno visto un domani e a parlare di lui sono stati i suoi amici, professori universitari e non, che ne hanno tracciato il profilo tutto insito all’interno della passione per la storia, tra ricerca ed impegno intellettuale e politico: una bella persona. Ho sentito relazioni interessantissime sul movimento locale degli studenti e degli operai, sugli anni della tensione e i riflessi neppure tanto periferici di quei momenti nella nostra realtà. Ho ascoltato una splendida relazione della professoressa Aurora del Monaco su “Insegnare storia” e dotti studiosi, tra cui Serge Noiret dell’Istituto Europeo di Firenze, parlare della storia in rete o di laboratori di storia; è intervenuta una relatrice che ha illustrato l’interesse e la passione di Nenè Criscione sulla tematica della mafia, ed in particolare sul tema “mafia e web” che è assai ricco ed articolato. E’ stata una bellissima e proficua giornata.
Qualche appunto che voglio condividere con chi mi legge:
Si può essere attenti alla politica possibile solo attraverso la trasmissione delle conoscenze storiche. La conoscenza del passato deve permetterci di cogliere la dimensione del presente e non essere finalizzata ad arricchirci di erudizioni. Non consentire che le ali della storia siano mozzate dal clima sociale (e questo, a mio avviso, può essere una risposta a chi si prefigge di riscrivere la storia a fini politici). L’insegnamento della storia (ma direi l’insegnamento di qualsiasi disciplina) è un campo con specifiche competenze. L’insegnante deve essere ricercatore, protagonista della sua ricerca e non un semplice portatore d’acqua, e da ricercatore deve creare una rete di rapporti, una comunità virtuale (che non significa solo comunità inserita in una rete multimediale, ma comunità che abbia al suo interno una forza) che si dia delle possibilità. Il problema della didattica deve prendere in considerazione la “matetica”, ossia sull’arte, sulla capacità di far apprendere attraverso una comunicazione che abbia una sua logica. L’impegno che richiediamo agli studenti deve nascere dal rigore dell’approccio, un rigore frutto di ricerca passionale ed appassionata (ma se noi per primi non abbiamo passione per quanto proponiamo…). La “buona scuola” è un “locus” etico (e non è il programma che fa una buona scuola, ma l’eticità che vi si respira). L’insegnamento tout court, e l’insegnamento di storia in particolare, deve seguire delle linee guida che possono essere individuate in questa direzione: 1) conoscere coloro con cui operi (i giovani, perchè protagonisti del nostro lavoro e da essi il nostro lavoro non può prescindere), 2) parlare di argomenti socialmente ed eticamente rilevanti (se la nostra contemporaneità sembra aver perso la lanterna con cui far luce davanti a sè è un problema di cui la scuola deve farsi carico), 3) interrogarsi sugli altri agenti concorrenti (non possiamo lavorare come san Giovanni nel deserto, siamo in relazione con gli altri, ognuno di noi è portatore di “talenti” e se mettiamo insieme i nostri “talenti” potremo arricchire il nostro lavoro, noi stessi e il nostro contesto), 4) dobbiamo sperimentare nuove forme di comunicazione dell’insegnamento.
Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensiate.
Dopo un episodio spiacevole capitato in classe, invitati a riflettere su come rendere possibili dei rapporti più veri nell’ambiente scolastico, un allievo di prima media scrive: “Il mio percorso scolastico è stato piuttosto travagliato. Quando avevo tre anni i miei genitori mi hanno tolto da una classe dell’asilo in seguito a una caduta da uno scivolo spinto da un compagno senza la vigilanza di nessuna maestra. Di questo incidente porto ancora una brutta cicatrice sulla fronte e la cosa mi ha spesso fatto riflettere sulla scarsa attenzione e poco senso di responsabilità di certi insegnanti ma anche sulla superficialità dei bambini che non pensano alle conseguenze di certi loro gesti. Tanti altri episodi sono capitati negli anni successivi e l’episodio di oggi mi ha ricordato la mia infanzia. Un mio compagno è stato preso di mira per essersi vantato troppo delle sue possibilità finanziarie e delle sue proprietà; una mia compagna ha scritto per scherzo alla lavagna che lui soffriva di allergia al gesso e invitava tutti a riempire il suo banco di polvere di gesso; un’altra mia compagna non sapendo che l’allergia fosse vera (così ha poi detto) ha davvero riempito il banco di gesso, provocandogli una crisi di asma e molto spavento. Naturalmente si è presa una nota. Io penso che anche lui avrebbe dovuto essere rimproverato con fermezza dagli insegnanti perché, se la scuola è davvero un luogo dove ci confrontiamo con gli altri, non vedo perché bisogna sopportare tutte le mattine le provocazioni di un compagno superbo. Per fortuna un’insegnante glielo ha fatto notare e ha discusso con noi la cosa, ma temo che lui continuerà a vantarsi….Credo che bisogna cercare un rapporto più vero con le persone che ci circondano perché la maggior parte delle persone che conosco si nasconde dietro una maschera e non è spontanea…”
Alla domanda : perché deve vantarsi con i compagni, l’allievo incriminato è rimasto muto e ha chiesto del tempo per pensarci. Nei giorni successivi i compagni chiedevano continuamente se ci aveva pensato e quale fosse la sua risposta. Finalmente una mattina arriva dicendo: ho la risposta: “volevo sentirmi importante davanti ai compagni, ma non so perché”.
Quante occasioni di farli crescere perdiamo perché loro non si fidano di noi e non ci raccontano quello che succede tra loro!
scritto da Costanza

Da Verona a Reggio Emilia passando per Milano una nuova presa di parola per la liberazione, dallo sfruttamento, dal lavoro nero, dalla negazione dei diritti prende forma: i protagonisti di questo processo sono i migranti sfruttati nelle cooperative del sub-appalto, quelli impiegati nel lavoro nero dei cantieri, in quello di cura nelle case, quelli costretti a subire le discriminazioni nell’accesso alla casa, quelli esclusi dal decreto flussi, irregolari non per scelta ma perché una legge ingiusta consegna loro questa posizione subordinata nella società.
"Facciamo il nostro dovere, vogliamo i nostri diritti. Sarà una giornata di indignazione" così Khaled attivista del Coordinamento migranti di Verona ci parla della manifestazione convocata per il 25 aprile in città.
Khaled che come tanti altri ormai vive e lavora in questa città da 10 anni, ci ricorda che non si può più parlare di immigrati, ma di cittadini che danno il proprio contributo alla società.
Questi sono i padri dei nostri alunni.
L'aumento degli alunni non italiani procede al ritmo del 20-25 per cento all'anno. Di questo passo nel 2011 il tetto del milione sarà superato. E' quanto si legge su una recente pubblicazione del ministero della Pubblica Istruzione. Il rapporto mette in evidenza che, se nel 2005-2006 gli alunni stranieri erano 425mila, nel 2006-2007 superavano le 500mila unità (501.445 unità) e nel 2007-2008 dovrebbero essere circa 570 mila, cioè il 6,4% (uno straniero ogni 16 alunni). Negli ultimi anni - fa notare La Tecnica della scuola riferendosi ai dati ministeriali - si è registrato un aumento costante del 20-25% rispetto a ogni anno precedente: con questi ritmi il raddoppio (e quindi il superamento del "tetto" di un milione di alunni stranieri) rispetto al 2006 dovrebbe arrivare nel 2011.
Un altro dato interessante riguarda le nazionalità presenti: quella albanese è la più diffusa (78mila alunni, pari al 15,6 rispetto ai 500mila stranieri); subito dopo si collocano i rumeni (68.600, pari al 13,7%), marocchini (68mila, il 13,6%), i Cinesi (24.000, quasi il 5%), i montenegrini e gli ecuadoregni (16mila in entrambi i casi, il 3,2%).
Oggi questi ragazzi sentono parlare dei loro padri come di delinquenti, di persone pericolose. Di loro si dà un’immagine sempre negativa e così sentono anche i loro compagni di scuola.
Che convivenza stiamo preparando? Volenti o no saranno sempre di più tra di noi.
E’ irresponsabile una politica che alimenta la paura per prendere voti. La campagna elettorale a Roma la dice lunga…
Ricordiamoci che qualsiaisi parola detta ad alta voce risuona nelle orecchie dei bambini…
Eppure a morire davvero sono proprio loro, gli immigrati, di cui non si parla quasi mai…
Accade da vent'anni lungo i confini dell'Europa. Sono soprattutto naufragi, ma non mancano incidenti stradali, morti di stenti nel deserto come tra le nevi dei valichi montuosi, piuttosto che uccisi da un'esplosione negli ultimi campi minati in Grecia, dagli spari dell'esercito turco o dalle violenze della polizia in Libia. Fortress Europe ci fornisce una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera: 11.980 morti documentate, tra cui si contano 4.232 dispersi.
Il 25 aprile deve essere un momento di riflessione sulla società di oggi e non solo una rievocazione del passato.