L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
giovedì, 29 novembre 2007

La scuola, nella biografia di ognuno, è tra i primi luoghi della socialità.

BambinapensaMayra G Louis

nel suo commento ha scritto cose che ci sembrano interessanti da sottoporre all'attenzione di tutti:

A quale prezzo psicologico si ottiene un “bravo bambino-adolescente”? 

La scuola, nella biografia di ognuno, è tra i primi luoghi della socialità.

Il luogo dell’incontro/scontro col mondo, dell’esperienza di gruppo, della costruzione del senso di appartenenza.

 Ciò che ruota attorno al bisogno di sentirsi riconosciuti dal gruppo, di ritagliarsi un ruolo, e all’istinto di preservare le proprie specificità individuali, si scontra continuamente con la questione della “civile convivenza”. È un affare delicato nel processo di crescita.

Perché ognuno di noi ha dovuto fare i conti con i propri impulsi e ha dovuto accettare dei compromessi per raggiungere un equilibrio tra interessi collettivi e bisogni individuali, con momenti in cui una sana trasgressione o anche una decisa “cattiveria” sono diventate l’emergente del nostro agire.

 Un aspetto sociale, cui sono vittime gli adolescenti, è la depressione/isolamento. 

Nella fase di non adulti e non bambini si sentono attraversati da emozioni e sentimenti che spesso li mettono in subbuglio.

Si sentono divorati e sopraffati dal senso di frustrazione, di non accettazione, dal  “non essere orgogliosi di sé”  o esclusi da contesti sociali che li  condizionano  fino all’ emancipazione/isolamento, classificati come “diversi”, ovvero non omologati.

Frustrazioni ed insofferenze diventano tabù che non trovano ascolto, né nel mondo dei pari, né in quello dei professori, né in quello affettivo genitoriale. 

Prevale così il senso di smarrimento, la voglia di sparire, di farla finita, perché è impossibile reggere/gestire il confronto con il mondo. 

 Da qui nasce la ricerca di significati ed il senso di emozioni inascoltate che non devono essere dimenticate,  annullate nell’oblio della  nostra società.  Tracce di  vite spezzate , incomprese che hanno urlato con la  “morte” il proprio grido emotivo di malessere. 

Una rete di significati che a noi spetta di essere decifrata e sciolta di ogni dilemma, affinché non si moltiplichino  e si ripetino  gli eventi.  

Nella Scuola, in realtà, viene trasformata la naturale e spontanea sete di conoscenza in sistematica noia e ripetitivi rituali fondati proprio sulla supponenza gerarchica di trasmissione del sapere da un insieme di persone deputate a dare risposte senza che alcuna domanda sia stata posta.

In questa istituzione si è realizzata pienamente la distruzione di ogni vera individualità e soggettività a favore di una dichiarata e compiuta oggettività, annichilendo in questo modo la ragione stessa della conoscenza che presuppone una relazione dialogica degli attori del processo cognitivo.

La Scuola, quindi, diventa sempre più ‘formazione’ di un uomo nuovo invece che luogo deputato all’acquisizione della conoscenza.

Nel momento in cui essa sembra realizzare e compiere la sua missione di formazione agli ideali della democrazia e della partecipazione, in realtà allontana, in maniera irreversibile, l’individuo dall’autonomia e dalla libertà. 

E’ stato dimostrato, infatti, che la grande importanza e i massicci investimenti che lo Stato effettua nell’ambito dell’istruzione di un paese, sarebbero stati una necessità strumentale delle politiche di espansione del capitalismo.

 La scuola, così, non sfugge alla logica della globalizzazione e alla cultura dell’apparire e del successo. Anzi, ne diventa, avendo inglobato la logica e il linguaggio dell’economia, essa stessa promotrice.

Non a caso sempre più si è sostituita la parola uomo con risorsa umana e/o capitale umano. 

In questo quadro l’informazione ha sostituito la conoscenza,l’accumulo di nozioni e di metodologie ha sradicato da ogni contesto scolastico il piacere della ricerca, della riflessione, vale a dire la saggezza che è frutto di passione e meditazione. Alice Miller, psicoterapeuta svizzera, ha svelato in maniera ineccepibile i raffinati metodi di persuasione occulta che la nostra società occidentale ha messo in atto per piegare le naturali caratteristiche di ogni bambino per indurlo sempre più ad identificarsi con il progetto educativo dell’adulto.

Quest’opera sistematica di repressione produce adulti incapaci poi di reagire alle ingiustizie sociali e accondiscendenti anche verso le forme più violente del dominio.

Questa ‘pedagogia nera’ di cui è impregnata l’educazione familiare, scolastica e sociale, serve a formare personalità che a loro volta sapranno ripetere e rinnovare la logica intrinseca della repressione e del dominio con il risultato di costruire una società fondata sulla convinzione della ineluttabilità di questi principi e valori.

Tutto l’impianto educativo che caratterizza la scuola è finalizzato proprio a ciò, alla preoccupazione del dover essere di ogni persona.  Anche Zigmunt Barman, sociologo britannico dell’inizio del ‘900,  sostiene fortemente: “Gli esseri umani postmoderni devono dunque essere capaci non tanto di portare alla luce una logica occulta nell’accumulo di eventi, o gli schemi che si celano in ammassi casuali di punti colorati, quanto di disfare da un momento all’altro i propri modelli mentali e strappare, con un solo rapido balzo della mente, le ragnatele più elaborate; in breve, di maneggiare la propria esperienza allo stesso modo in cui un bambino gioca col caleidoscopio che ha trovato sotto l’albero di Natale.

“Il successo nella vita di uomini e donne  dipende dalla velocità con cui riescono a sbarazzarsi di vecchie abitudini piuttosto che da quella con cui ne acquisiscono di nuove.”

La cosa migliore è non preoccuparsi di costruire modelli; il tipo di abitudine acquisito con l’apprendimento terziario, infatti, consiste nel fare a meno delle abitudini.

Di fatti oggi, l’ ’apprendimento, è solo quello acquisito per via simbolico ricostruttiva  mentre, quello che deriva dall’esperienza diretta e dalla ricerca empirica viene sistematicamente escluso da ogni aula Scolastica. 

Questo significa creare un contesto che stia dalla parte dei ragazzi e non da quello delle attese degli adulti.

Interroghiamoci  veramente sul senso profondo e autentico del nostroessere piuttosto che sul nostro divenire.

 Mayra G Louis

postato da giuba47 alle ore 16:16 | link | commenti (13)
categorie: adolescenza e suoi problemi
lunedì, 26 novembre 2007

Molti bambini si sentono Charly Brown: “la squadra vince solo quando lui non gioca

charlie_brown_pumpkin2Qualche anno fa Luigi, un mio allievo, nell’intervallo, mi ha chiesto di parlarmi. Avevo assegnato un testo da comporre e tutti stavano scrivendo. Siamo usciti un momento e lui mi ha detto con le lacrime agli occhi “Non ho scritto nulla, professoressa…”.  L’ho riportato in classe, mi sono seduta vicino a lui e gli ho fatto delle domande sul testo assegnato. Lui ha cominciato a rispondermi:  le risposte sono diventate meno laconiche, più precise e via via sempre più ricche di particolari. Bene, gli ho detto, adesso puoi cominciare a scrivere. E se sbaglio? mi ha chiesto. Se sbagli non importa… Come non importa? Tutti sbagliamo: sbagliando si impara. Adesso scrivi come ti viene, degli sbagli ci preoccuperemo dopo.

Quel giorno mi sono ricordata di un altro ragazzo nei miei primi anni di insegnamento. Si chiamava Pino. Sempre durante una prova scritta di italiano, dopo pochi minuti, mi consegna un compito in cui aveva scritto poche righe. Gli chiedo se non aveva più nulla da dire. Nulla, mi risponde porgendomi il foglio come se si liberasse da un peso. Aspetta, secondo me non è vero. Anche con lui avevo allora parlato e anche lui si era messo a raccontare molti episodi attinenti al testo che doveva comporre. E allora, vedi hai molte cose da dire. Sì, è vero, ma più scrivo, più faccio errori.

Era stata quella per me una lezione che mi è servita tutta la vita, più di certi aggiornamenti sull’italiano condotti da professori universitari  che forse di bambini non sanno nulla. Quando si restituisce un compito con tanti segni rossi ed un brutto voto, cosa può recepire un ragazzo? Cosa gli comunica l’insegnante? Non sai scrivere, è difficile che tu possa imparare… E lui non scrive più, tanto a cosa serve?

Sempre Luigi, interrogato di storia, era rimasto muto senza rispondere a nessuna domanda. Di fronte ad un comportamento di questo tipo viene facile pensare che non avesse studiato e quindi il giudizio dell’interrogazione era stato necessariamente negativo. Il giorno dopo la madre mi aveva scritto sul diario che lei poteva assicurarmi che suo figlio aveva lavorato e conosceva la storia. La madre era solita proteggere, come molte altre mamme, il figlio. Il mio primo pensiero era stato che anche quella volta non aveva accettato l’insuccesso del figlio. Ho però voluto fare un ulteriore tentativo. Ho chiesto al ragazzo di venire fuori dalla classe con me insieme ad un suo compagno e l’ho interrogato. Con mio grande stupore sapeva tutto e lo sapeva molto bene. Gli ho chiesto che cosa era successo il giorno precedente, il perché non mi aveva risposto e lui mi ha confessato che temeva che i compagni lo prendessero in giro. Gli ho domandato se era già capitato e chi era stato, lui mi ha detto che non erano i compagni della media a cui si riferiva, ma quelli delle elementari. Ancora più perplessa ho voluto che mi spiegasse meglio, e lui mi ha risposto che, anche se non era ancora successo con quei nuovi compagni, temeva che potesse accadere e quindi preferiva non parlare per non rischiare. Era un ragazzo molto piccolo di statura e di corporatura esile, spesso preso in giro da compagni più grandi di età.

Ed è proprio ai bambini più timidi, più insicuri che capita di essere letteralmente paralizzati dalla paura di fare brutta figura e di essere derisi tanto da non riuscire ad aprire bocca. Mi sono chiesta, di fronte a questi casi come aiutare un ragazzo a lavorare sulle proprie difficoltà, come proteggerlo dagli attacchi denigratori degli altri. Mi sono domandata come riuscire a farlo sentire una persona che può dare oltre che ricevere, che non deve confrontare la propria individualità con quella degli altri, che da lui, qualunque sia la sua intelligenza, la sua personalità, la sua origine può nascere qualcosa di buono. Ogni nascita è un evento nel mondo, è un’apertura ad una nuova possibilità. Nessuno deve confondersi nell’altro, né mimetizzarsi. Nessuno deve sentirsi come Charly Brown la cui unica consapevolezza è sapere che “la squadra vince solo quando lui non gioca” o che afferma “Quando perdiamo, mi sento a terra... Quando vinciamo, mi sento in colpa!”.

Come dare ad ogni bambino la consapevolezza di poter essere com’è, di essere come un seme da cui può nascere, se curato, un fiore, ma non un altro?

 Come far comprendere loro che un giardino è bello quando i fiori non sono tutti uguali, che un’orchestra non sarebbe un’orchestra se non ci fosse armonia nella diversità dei suoni?

Come far nascere il desiderio di crescere nello stesso giardino senza la paura di essere sradicato e gettato perché non abbastanza bello, non all’altezza degli altri fiori?

Come essere insegnanti che sanno curare e far crescere fiori diversi nello stesso giardino o che sanno essere come il direttore d’orchestra che per suonare un pezzo è capace di valorizzare chi sa suonare il pianoforte allo stesso modo di chi suona il triangolo?

Bisogna mettere a proprio agio il ragazzo, aiutarlo, rassicurarlo stando attenti anche al tono della voce che deve calmarlo, dargli fiducia. Altrimenti rischieremo di valorizzare i più furbi, i più forti che non sono necessariamente i più bravi e i più intelligenti anche volendo vedere la scuola solo da questo punto di vista.

Emilia

postato da giuba47 alle ore 15:26 | link | commenti (24)
categorie: la relazione educativa, difficoltĂ  e disagio
venerdì, 23 novembre 2007

Scuola, cultura e felicitĂ 

Ringrazio molto tutti coloro che hanno lasciato un segno del loro pensiero relativamente a questo post.
 Oggi vorrei in particolare rispondere a due di loro, ma mi ripropongo, se la cosa dovesse destare interesse ,di ritornare sull'argomento e di intavolare con tutti coloro che vorranno un discorso su questi argomenti.
Allora Ernesto, che si definisce studente del liceo, mi chiede quale significato possa avere "il fine della cultura", cosa, se intendo bene, possiamo intendere per cultura e perchè mai dobbiamo fare tutta quella fatica per studiare.
In effetti quando io studentessa tra studenti pensavo alla scuola e alla cultura, in quella scuola così selettiva ed elitaria, mi rispondevo (o mi sentivo rispondere) che studiare significava avere le chiavi per aprire le porte della crescita sociale. Erano i tempi (ma forse i tempi sono rimasti quelli?) in cui il lavoro intellettuale, quello che non ti mette in gioco fisicamente, non ti fa "sporcare le mani" era il lavoro, poi c'era l'altro, e naturalmente la scuola era lo strumento che ti consentiva di elevarti socialmente. Poi scoprimmo che la scuola, lo studio, in genere, non ti garantisce il lavoro (la disoccupazione intellettuale al sud in particolare, ma dovunque oggi, tocca livelli assai preoccupanti). E allora la cultura cos'è? a cosa serve? a rispondere ai tanti quiz nozionistici? ma ci sono anche quelli non nozionistici che hanno uguale risultato: denaro, sempre quello è il motore che fa girare il mondo. Ma un mondo siffatto non soddisfa, anzi se ruota solo ed esclusivamente intorno al denaro, ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che evidenzierà la nostra pochezza.
E allora? Provo a trascrivere due annotazioni che ho scritto nel mio notes (ebbene sì, prendo gli appunti come qualunque scolaretta, e lo consiglio ai miei studenti).
Il senso dell'esistenza umana è la crescita, per cui la felicità è la consapevolezza del proprio crescere.
Anche Aristotele, tanto tempo fa aveva detto qualcosa di simile, e se vogliamo, anche nella Bibbia c'è qualcosa di simile! Vuoi vedere che è vero!
Ancora nel mio notes trovo:
La cultura è la capacità continua di far crescere se stessi attraverso gli altri.

Allora ha colto nel segno l'amica gucciaguccia quando dice: "Per me vita è affetto più cultura"
E allora cosa mai potrà essere il fine della cultura? Dove dobbiamo cercarlo il fine della cultura?
Caro amico Ernesto, comprendere il proprio tempo, essere capaci di discernere i segni del tempo nel quale viviamo per riuscire a definire quale, con il nostro (di tutti noi) contributo, possa essere il nostro (di noi tutti) domani, per riuscire a definire il futuro a cui siamo chiamati, questo può essere il fine della cultura.
E allora la scuola è chiamata ad un grande compito, non certo a giudicare e a selezionare, ma a stare tra passato e presente cogliendo i segni (insegnando) del futuro. La scuola ha il compito di vivere pericolosamente in bilico tra passato e futuro, avendo presenti entrambi nel proprio percorso di vita, prendendo per mano le giovani generazioni e, con delicatezza, conducendoli sul filo del rasoio, deve aiutarli ad attraversare la linea d'ombra della crescita, trasformandosi per essi in ponte verso il futuro.

Di seguito potrete leggere la poesia che ci ha mandato Marta che insegna in una scuola di "frontiera"...
 
postato da ICareancora alle ore 13:56 | link | commenti (30)
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venerdì, 23 novembre 2007

Maestra, a che serve la scuola?

bambiniBiancoNeroAbbiamo ricevuto da Marta questa preziosa testimonianza che postiamo molto volentieri. Ci sembra un gran segno di spernaza che un' insegnante alle sue prime armi, faccia la sua professione così...

Sono Marta, una neomaestra di terza elementare di una scuola situata in uno dei cosidetti "quartieri a rischio" (rischio di cosa?di toccare con mano la realtà?).

La mia classe è composta da 21 bambini di provenienza varia: 5 italiani, 5 rumeni, 4 cinesi, un algerino e 6 marocchini, di cui due non parlano ancora la lingua italiana. La situazione della classe  e della scuola in generale non è certo delle più facili ma, d’altra parte, era proprio questa la sfida che ho sempre sognato di intraprendere...

La realtà della mia classe rispecchia quella di una società caratterizzata ormai dal globale e dal multiculturale, società in cui i bambini assaporano la varietà della vita e dell’umanità fin dalla culla e gli adulti invece si nutrono di preoccupazioni ispirate soltanto dalle proprie paure. Ci spaventa dover insegnare ai nostri bambini cose alle quali loro sono, spesso e volentieri, più preparati di noi...

Allego qui di seguito una specie di poesiola dedicata alla mia classe e scritta in un attimo di sconforto ma anche di speranza e riflessione nel corso del mio nuovo lavoro...

3B

A te bambina

che confondi l'amore coi calci

la dolcezza coi pugni

e succhiando forte un dito

cancelli la tristezza

e rinunci a capire.


Ai tuoi occhi bambini

la cui dolcezza

contrasta

con l'apparenza da "duro"

ai tuoi occhi di rabbia e d'invidia,

ai tuoi occhi di bimbo

disposto a tutto

per una carezza.

 

A te bambino

al tuo urlo"animale"

al tuo cuoricino che batte forte

mentre tra le braccia serro la tua rabbia

fino a vedere sparire le pieghe dal tuo viso

fino a che ricominciano a splendere

i tuoi spauriti occhi a mandorla

 

Il mio pensiero va a te

che, mentre parlo,

sorridi

e leggi le espressioni del mio volto

per spiegare parole straniere vuote di significato

 

e mi chiedi "Maestra, a che serve la scuola?"

e io vorrei risponderti -a vivere-

bambina,

a raggiungere la libertà, a tutto

ma guardandomi intorno,

fissando le mura che rinchiudono

la tua curiosità in un'aula grigia

le parole mi muoiono in gola

e mi esce in un soffio:

"Al sistema, bambina, ai grandi,

a niente."

                                                                                                                              Marta

postato da Isola08 alle ore 13:52 | link | commenti (10)
categorie: testimonianze, una scuola multiculturale
lunedì, 19 novembre 2007

I Care

Venerdi e sabato ho avuto due intensi pomeriggi, due momenti belli e gratificanti: nel mio istituto è stato programmato un momento di riflessione e di dibattito su don Milani. Bello il titolo “Dall’educazione la speranza”.

Sinceramente è stato un momento bello e coinvolgente sentire raccontare l’esperienza di Barbiana da uno dei “ragazzi” di don Milani, Maresco Ballini, ed ancora ascoltare don Andrea Bigalli parlare “degli ultimi e don Milani”. E quanto giovanile entusiasmo ho riscontrato nelle parole di Liana Fiorani, una giovanetta di 82 anni, che con il suo esserci ha dato conferma ad una mia idea: che la giovinezza non è una questione di età anagrafica, ma di freschezza di pensiero e di voglia di spendersi e di ricominciare ogni giorno. E poi ho trovato di grande interesse il tema del fine della cultura trattato da Massimo Toschi. Si è parlato dell’esperienza didattica ricca e proficua di Barbiana, s’è parlato del valore della pace, s’è parlato dell’obbedienza e del “valore” della disobbedienza, s’è parlato di felicità e  del significato della cultura.

Proprio così è stata un’esperienza piena, un momento di riflessione e di crescita.

Proprio così, sono questi i momenti in cui mi sento ricca!

postato da ICareancora alle ore 20:27 | link | commenti (19)
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sabato, 17 novembre 2007

Un insegnante in crisi

imagesFinuzzo ci ha mandato questo post che pubblichiamo molto volentieri.

“Sono il professor Aristogitone”. Era questo il tormentone di Mario Marengo alla trasmissione cult degli anni Settanta “Altro gradimento”,
Io di anni di insegnamento ne ho trenta, ma il mio lavoro non è mai stato duro, anzi mi ha gratificato e io ho cercato di farlo con passione ed entusiasmo.
Qualcosa però negli ultimi tempi s’è incrinato. Non è più come una volta. Forse gli anni che passano e che fanno crescere il gap generazionale tra me e i ragazzi, forse tutto quello che è avvenuto negli ultimi anni nel mondo della scuola, forse la sensazione di fare un lavoro che viene apprezzato sempre meno.
Tutti questi fattori, e forse anche altro, stanno contribuendo a far scricchiolare alcune certezze che credevo consolidate.
Il gap generazionale. Non è da sottovalutare. I ragazzi si destreggiano con molta facilità nel mondo delle nuove tecnologie. Sono ancora tanti gli insegnanti che non sanno usare un computer o che hanno diffidenza o un atteggiamento snob, nei confronti di Internet.
I ragazzi riescono a tenere il ritmo dei cambiamenti, i docenti sono in affanno.
Sms, posta elettronica stanno rivoluzionando la comunicazione. Tanti miei colleghi dicono che questo dei messaggini e delle email è una comunicazione che si affida a un codice povero. C’è del vero in questo però essi sono una realtà delle nuove generazioni.
Che tipo di lingua insegniamo a scuola? Ci si affida alla grammatica normativa basata sulla regola, la definizione e la riflessione sulla lingua. Per intenderci: analisi logica, analisi grammaticale, analisi del periodo. La grammatica dello scritto e delle varietà linguistiche presenti nella società italiana stentano a essere oggetto di studio. Per non dire poi dell’esercizio al parlato che manca completamente.
L’italiano scolastico è ancora quello formale che si rifà, per certi aspetti, ai classici.
La lettura è una delle dolenti note dell’universo scolastico. Come si può far nascere nei ragazzi il piacere del testo? Impresa difficile ma non impossibile. Il primo obiettivo è impedire che lo studente si disaffezioni alla lettura. Ci sono ancora colleghi che scelgono come testo di narrativa alle medie I promessi sposi . Ciò che è classico per noi, non lo è per i ragazzi. Il romanzo di Manzoni deve essere un punto d’arrivo e non di partenza. La scelta va fatta tra romanzi che vedano protagonisti coetanei dei nostri ragazzi, i quali portano sulla pagina un vissuto e delle problematiche che gli adolescenti possano far propri.
Una delle dieci regole del buon lettore suggerite da Daniel Pennac è il bovarismo, ovvero l’identificazione con i personaggi della fabula e dell’intreccio.
La burocrazia e le riforme. Berlinguer, Moratti, Fioroni. Tre ministri tre riforme nel giro di pochi anni. Ogni ministro ha abolito quello che ha fatto il suo predecessore. Ci siamo trovati spiazzati, ogni giorno barche che seguono un nuovo vento.
Stendiamo un velo sulla riforma Moratti. Qualcosa di positivo Fioroni ha cominciato a fare. Non si può dire che la storia è uno degli assi portanti dell’insegnamento e poi dare alla storia alle medie solo due ore settimanali.
Una scuola multiculturale. Ormai è un dato di fatto che non si può negare. Tanti ci vedono dei pericoli. Sono convinti che l’arrivo degli stranieri stia mettendo in crisi il nostro patrimonio culturale. La società multiculturale è una società aperta. Non l’arroccamento, ma solo il confronto può portare all’arricchimento reciproco.

postato da Isola08 alle ore 14:01 | link | commenti (11)
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lunedì, 12 novembre 2007

Un'esperienza dalla Francia

nonno-legge

Sono stata sollecitata dal bel post di Annarita sulla letteratura per l’infanzia e per la prima adolescenza, a raccontare qui la storia di un’esperienza francese che mi piacerebbe tanto che qualcuno ripetesse in Italia.

Risale a tre anni fa e ve lo offro come semplice spunto.

Le Poste Francesi hanno cercato tra i loro postini, delle persone che volontariamente fossero disposte a contattare le famiglie presso cui consegnavano la posta, e a illustrare loro una iniziativa del Ministère de l’Education nationale, per diffondere la lettura tra i bambini.

Si trattava di convincere qualche persona, ormai in pensione (nonne e nonni, ma non solo) ad andare, del tutto gratuitamente, un paio di pomeriggi al mese, nelle scuole primarie del quartiere a leggere storie ai bambini. L’iniziativa ha avuto uno straordinario successo. La postina o il postino erano figure familiari per le famiglie e sono state accolte con simpatia. A loro volta, le nonne o i nonni, erano figure familiari nella cittadina o nel quartiere. L’iniziativa ha avuto un costo vicinissimo allo zero. Solo la produzione del materiale che le postine/i distribuivano nelle case.

Su questa esperienza vidi un servizio su Antenne 2 e chiesi poi particolari a Denise, una mia amica francese, insegnante. Mi ha detto che nella scuola della nipotina di sei anni (Boulogne-Billancourt) l’esperimento era stato realizzato. Il concetto era quello della totale volontarietà. La lettura avveniva nei pomeriggi, al di fuori dell’orario curricolare e solo per i bambini che ne erano interessati. Si trattava quindi di un piccolo gruppo, raccolto attorno al nonno di turno, che leggeva libri concordati con gli insegnanti dei bambini. Tutto quindi in un clima di collaborazione e serenità.

In Francia si legge molto più che da noi, perché si comincia da piccoli. Ciò nonostante il Ministère de l’Education Nationale ha ritenuto di dover ulteriormente diffondere la pratica della lettura tra i piccoli francesi. Pensate quanto lavoro ci sarebbe da fare da noi!

Quando seppi di questa iniziativa ne parlai ad una mia amica carissima ex insegnante anche lei e prendemmo contatto con una scuola elementare del nostro quartiere. La Direttrice, cui sarebbe piaciuto  molto aderire, non poté per due ragioni: il costo dell'apertura pomeridiana della scuola e il fatto che noi fossimo due semplici individui, senza una qualche patente del Ministero: il nostro è davvero uno strano paese!

Scritto da Marina

postato da Isola08 alle ore 21:53 | link | commenti (13)
categorie: libri, testimonianze
venerdì, 09 novembre 2007

Scrivere per l'infanzia e per i ragazzi

bimbo_libroPostiamo con grande piacere questo scritto che ci ha mandato Annarita scrittrice di libri per ragazzi. Visitate il suo blog ricco di  consigli di libri per  l'infanzia.

Ufficialmente nata circa tre secoli fa, la letteratura per l'infanzia e per i ragazzi ha avuto una rapida evoluzione che l'ha portata a non essere più solamente uno strumento pedagogico e didattico, ma a stabilire un nuovo rapporto tra l'autore, il giovane lettore e l'opera a lui destinata.

Scrivere per i bambini non è facile, si corrono molti rischi.

Un pericolo assai diffuso, nel quale è facile cadere, è  il fare uso di un linguaggio "infantile" che i giovani lettori per primi sentono stonato e artificioso.

Nella realtà noi adulti non ci sogneremmo mai di parlare come bambini, eppure molto spesso scrivendo per i più piccoli si bamboleggia, si gigioneggia, quasi si ammicca come per voler sollecitare una sorta di complicità con si ottiene certo con questi mezzi.

Poi c'è il rischio di ritenere il giovane lettore non all'altezza di affrontare e capire la realtà e di volerlo isolare in un mondo edulcorato dal quale giustamente vuole fuggire, perché comprende benissimo che la realtà sia diversa. Glielo dimostrano ogni giorno i mezzi di comunicazione, che hanno radicalmente cambiato il rapporto dei più giovani con l'informazione. Non si può e non si deve evitare la realtà, ma è necessario sforzarsi di presentarla ai lettori più piccoli con chiarezza e semplicità di linguaggio, adeguandola alle loro capacità e aspettative.

Prima che lettore il bambino è ascoltatore, il suo primo approccio con la parola scritta, che non è ancora in grado di interpretare, avviene attraverso la narrazione che l'adulto fa, attraverso la sua riproposizione orale. E i l bambino ascolta con attenzione, non si lascia sfuggire nessuna sfumatura, nessuna inflessione di voce o nessuna parola che non ricalchi uno schema consolidato nel quale si riconosca. Il piccolo ascoltatore è capace di pretendere il medesimo racconto per un infinito numero di volte, vi si annida e lo vive per mezzo dell'adulto fino a farlo totalmente proprio.

Un altro errore molto diffuso, ma che per fortuna oggi sembra perdere sempre più di consistenza, è il voler considerare la letteratura per ragazzi di serie B rispetto a quella per adulti. I bambini non hanno mai avuto grande importanza nella società, se non nel momento in cui vi facevano il loro ingresso e acquisendo lo status di adulti acquistavano responsabilità e pesi che li avrebbero gravati per tutta la vita. Solo quando il bambino ha cominciato ad assumere un ruolo fondamentale nella conoscenza dell'adulto la situazione ha cominciato a cambiare.

L'attenzione dei giovani lettori è ad ampio raggio e ciò spiega come un libro scritto da un adulto per gli adulti possa diventare un libro per ragazzi. La storia della letteratura è piena di questi esempi, basti pensare al successo di libri come "Robinson Crusoe" di Daniel Defoe, "I viaggi di Gulliver" di Janthan Swift, "Il Barone di Munchhausen" di Rudolf Raspe, concepiti come testi per adulti ed entrati a pieno titolo nella narrativa per ragazzi grazie alla fantasia e all'innovazione che mostravano e che avevano catturato l'attenzione dei giovani lettori, o alle storie di re Artù e alle avventurose vicende narrate da Alexandre Dumas padre o da Walter Scott.

L'evoluzione nel rapporto tra bambini e letteratura è testimoniata anche dal moltiplicarsi di iniziative scolastiche volte a colmare il dislivello tra nozionismo e creatività. In molta scuole si sviluppano progetti didattici nei quali, accanto alla conoscenza della grammatica, dell'ortografia e della punteggiatura, la creatività e la libera espressione sono stimolate affinche i bambini facciano uscire allo scoperto il loro mondo interiore di immagini, di pensieri, di sensazioni e si avvicinino alla gioia della scrittura senza l'eccessivo peso del nozionismo.

Che cosa chiede un giovane lettore ad un autore quando ha la possibilità d'incontrarlo?

Le cose più semplici eppure più profonde: Come fai a scrivere? Perché hai pensato proprio a questa storia? Quanto tempo impieghi quando scrivi un libro?

Finalmente oggi l'Autore, che per il giovane lettore ha sempre l'iniziale maiuscola, non è più una creatura strana o speciale che si barrica in casa e non si concede a nessuno. E' un uomo o una donna come tanti altri, con i suoi difetti e le sue piccole manie, una persona che può incontrare nella biblioteca o nella scuola che frequenta e che è disposta a d aprire davanti a lui quella specie di forziere che è la sua creatività, a rivelargli come è nato il racconto che tanto gli è piaciuto, da dove vengono i personaggi e come ha scovato le ambientazioni. Nel mio piccolo l'ho provato con mano, i ragazzi che ho incontrato a scuola si sono dimostrati entusiasti di vedere i grossi quaderni pieni di scarabocchi e di correzioni, le fotografie che costituivano la ricerca delle ambientazioni, i libri usati per documentarmi e hanno fatto tesoro delle risposte e dei suggerimenti con una vivacità e un interesse che non avrei mai creduto possibile.

Certamente tutto ciò non nasce spontaneamente, dietro tanto interesse c'è un ambiente attivo, sia in famiglia, dove magari i giovani lettori hanno a disposizione una buona quantità di libri, sia a scuola, grazie a insegnanti che hanno voglia di farli uscire dallo schema della lezione, intesa nel senso più convenzionale del termine, e li stimolano a dare voce alla loro creatività.

Il risultato è che vediamo sempre più bambini e ragazzi nelle librerie, li troviamo curiosi e preparati, informati e con le idee molto chiare. Non esiste solo Harry Potter, molti giovani lettori si orientano anche verso libri meno pubblicizzati dei quali hanno avuto notizia magari tramite un passaparola tra compagni e amici o trovandone notizia sui giornali che circolano in casa.

Piccoli lettori crescono, per fortuna.

 

postato da Isola08 alle ore 19:22 | link | commenti (16)
categorie: libri, avviare alla lettura i bambini
martedì, 06 novembre 2007

Spesso sogno notti senza vento...

PostChiccaDurante momenti difficili come questo che il Bel Paese sta attraversando si sente dire ed acclamare la parola "tolleranza, o il suo contrario  "tolleranza zero".
Devo confessare che la parola tolleranza non mi piace, non la uso e la trovo "brutta" come dicono i bimbi. Non fa parte del mio vocabolario, perché è una forma ipocrita di Intolleranza mascherata.
Tollerare significa purtroppo che io "tollero" la tua presenza, "tollero" le tue parole, anche se non me può  interessar di meno, ti sopporto in fondo, fin quando non mi rompi, poi ti dico tutto quello che mi viene.

Ad essa, preferisco la parola rispetto, perché implica una voglia di conoscere le ragioni e le parti dell'altro, non "Tollerare" soltanto, ma farmi carico di conoscere e, se non concordo con te, te lo dico anche duramente, ma sempre nel rispetto, non farò finta di "Tollerarti", cercherò di capire, cominciando a vedere se qualche cosa in comune la possediamo.

Non amo neppure la parola "integrazione" (integrare rendere pieno, perfetto ciò che è incompleto o imperfetto, fusione , unione di più soggetti ecc...), la trovo riduttiva e non "rispettosa" della propria cultura, io dovrei fondermi, annullarmi, rendermi perfetta?

Sono stata "migrante" dalla nascita e sempre in paesi diversi, cosa mi sarebbe successo se, ogni volta che cambiavo paese, avessi dovuto integrarmi?  dove sarebbe finita Chicca? sarebbe il miscuglio di infinite integrazioni (fusioni, completamenti) e avrebbe perso la sua dimensione culturale, la sua storia personale, il suo vissuto

Io preferisco usare la parola "interazione" (scambio alla pari, cooperazione) nel suo significato naturale cioè inter – agire: agire quindi insieme dentro ad una cultura che mi ospita portando il bagaglio della mia cultura, confrontarmi con la cultura che mi ospita, in modo che ci si possano scambiare reciprocamente "il proprio mondo".

La Tolleranza mi fa paura a volte troppa paura,  perché la considero indifferenza  e l'indifferenza non porta a conoscersi, porta ad odiarsi: ho visto l'odio, l'ho toccato con mano, quello che arriva quando si dice di tollerare, di voler integrare.

Troppo hanno visto i miei occhi, troppo hanno ascoltato le mie orecchie, troppo il mio cuore si è spezzato in due, tre, quattro frammenti fino a diventare polvere,

la polvere che copre Manhattan, come quella che copre i campi di Ramallah

è la stessa polvere, lo stesso sfacelo, la stessa distruzione

l'odio si sparge come la polvere, basta un piccolo soffio di vento e si alza, ci entra negli occhi e nel cuore

ci acceca, ci rende duri come pietre

l'odio viene da lontano, da molto lontano, e più il tempo scorre, più diventa indomabile, ha una sua forza  intrinseca profonda, a volte allettante

spesso viene coltivato con cura

c'è chi lo nasconde con arte e chi non sa trattenerlo

ma lui è lì, pronto a cogliere anche una piccola brezza

l'odio serve ai costruttori di guerre, serve alle armi, serve ai folli, serve agli animi disillusi, per trovare qualcosa contro cui sfogare la propria rabbia repressa

serve ai poteri per conservarsi, serve a chi potere non ha, per illudersi di averlo

l'odio ha bisogno di mostri per propagarsi, per non morire, per continuare la sua folle corsa verso la distruzione

l'odio serve ai poveri per illudersi di essere ricchi

serve ai ricchi per conservare la propria ricchezza

ma l'odio potrebbe morire se non trova più il vento che l'alimenta, che lo fa vibrare nell'aria

spesso sogno notti senza vento, dove appare al sorgere del sole,  un chiarore, che prende forma piano piano

che sembra voler invadere tutto il mio orizzonte

nel mio sogno  quel chiarore  stenta  a diventare alba,  forse ce la farà

se i sogni, i sentimenti, l'amore, l'amicizia, il rispetto  tra le persone fossero in grado di rendere

quel chiarore luce abbagliante

ma il sogno finisce  e ritorna il vento

poi verrà un altra notte e potrò sognare di nuovo

chicca

postato da Isola08 alle ore 12:17 | link | commenti (29)
categorie: riflessione
domenica, 04 novembre 2007

L’agguato del razzismo

bambinirumeni.3450_1965_2 Quando si fanno delle vere e proprie campagne di “caccia alle streghe” anzi “al criminale” non ci si rende conto che ci sono tanti bambini che ascoltano e si pongono domande su se stessi.
Mentre ascoltavo i telegiornali e sfogliavo i titoli dei giornali mi chiedevo cosa stavano provando e pensando tutti gli studenti stranieri e in questo caso in particolare i bambini rumeni che frequentano le nostre scuole, con i quali lavoriamo tutti i giorni e che talvolta faticano ad acquisire quell’autostima che permette poi anche di imparare.

Così hanno poi raccontato:

Perché ce l’ hanno con noi? mio padre e mia madre lavorano tutto il giorno e io sono sempre solo e mi faccio tutto da me – Avevo molta paura stamattina a venire a scuola, mi sembrava che tutti stessero a guardare me, sono arrivato all’ultimo momento a scuola per non fermarmi davanti all’ingresso come tutti i giorni, temevo che mi dicessero qualcosa, anche se non era vero – Ho tanto desiderato essere al mio paese dove potevo uscire in modo spensierato e stare fuori con le mie amiche fino a tardi senza correre alcun pericolo, qui invece c’è pericolo dappertutto – Non capisco perché tutti confondono i rom con i rumeni; è vero che molti sono nati in Romania ma sono un’altra etnia e sono malvisti anche al mio paese – i miei genitori in questi giorni sono molto tristi, dicono che molti italiani sono razzisti, che accettano gli stranieri solo per poterli sfruttare.

 Come mettere ordine in tutti questi pensieri, come rassicurare questi cuori  insicuri e impauriti, come dare speranza in un futuro di pace?
Senza togliere nulla alla gravità dei fatti successi, mi chiedo se non sia possibile gestire la comunicazione in modo diverso, consapevoli di quanta sofferenza, sensi di colpa ingiustificati si possono creare, di quanto razzismo si può produrre. Il razzismo è sempre lì alle porte, basta nulla per farlo esplodere e per dare luogo ad atti di violenza del tutto irrazionali
anche fra i bambini.
E’ possibile diventare razzisti “Tutto dipende dall’educazione che avrai ricevuto – dice T. B. Jelloun -  Tanto vale saperlo e impedirsi di esserlo, ovverosia, accettare l’idea di essere anche noi capaci, un giorno, di avere sentimenti e comportamenti di rigetto nei confronti di qualcuno che non ci ha fatti niente, ma è differente da noi”. Credo che la sfida per una buona integrazione comincia proprio nella scuola, come luogo privilegiato in cui conoscersi, apprezzarsi, cimentarsi con le difficoltà.

"Quando Tornerai a scuola guarda bene i tuoi compagni e noterai che sono tutti diversi tra loro, e questa differenza è una bella cosa. E' una buona occasione per l'umanità. Quegli scolari vengono da orizzonti diversi, sono capaci di darti cose che non hai, come tu puoi dar loro qualcosa che non conoscono"
(da Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia, Bompiani, Milano 1998).

Cerchiamo sempre di partire dai bambini per comprendere l’effetto che certe “parole in libertà” hanno sui bambini… possono cadere come pietre. A riguardo fermatevi  datevi un po’ di tempo e rileggete anche la testimonianza di Rashid che ha davvero molto da insegnarci.

Costanza

postato da Isola08 alle ore 13:16 | link | commenti (11)
categorie: una scuola multiculturale, educare a essere accoglienti

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