L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
giovedì, 31 gennaio 2008

La scuola ogni anno cambia senza cambiare

confusoGli interventi di Lavinia meritano attente riflessioni. Ci descrive in modo realistico ciò che succede in tante situazioni che si vivono come studenti, come genitori, come insegnanti.  La ringraziamo quindi di questi contributi così vivi e veri...

Non se ne può più.
Dopo anni d'immobilismo la scuola ogni anno cambia senza cambiare.
I miei figli, come gli insegnanti, si sono dovuti adattare in corso d'opera.
Uno ha iniziato le elementari in un modo, è finito alle medie in un altro e si è trovato alle superiori che dal giorno d'iscrizione ad oggi si sono già trasformate.
L'altro in tre anni di superiori ha cambiato ogni anno regole, ovviamente peggiorando sempre.
In prima non ha avuto debiti e se li avessi avuti li avrebbe potuto saldare tranquillamente in classe, senza patemi, senza ansie per l'esame di maturità.
In seconda non si arriva all'esame di maturità se non si sono saldati tutti e lui se li è presi.
Finisce la seconda e i professori gli spiegano che i debiti si saldano in un modo, torna a scuola il 3 settembre e i debiti si saldano in un altro.

I genitori non si mettono più insieme per risolvere un problema, quando c'è.
Fingendo di temere ripercussioni (che se si agisce tutti insieme non ci potranno essere)
agiscono individualmente.
"Mio figlio va male in quella materia perchè l'insegnante non spiega un accidente? Bene, lo mando a lezioni private, ma non lo dico agli altri, lo tengo nascosto, così diventa il più bravo"
"Mio figlio va male..., bene, vado tutte le settimane a sruffianarmi l'insegnante, oltre a mandarlo a lezione"
Individualisti i genitori e individualisti gli insegnanti.
"La mia materia è più importante di tutte, quindi io sono quella che conta"
"La professoressa tale mi sta facendo impazzire i ragazzi con le sue pretese assurde, adesso pretendo più io, voglio vedere chi è più importante"

I genitori si odiano fra loro, ognuno vuole essere madre o padre del numero 1, con tutti i mezzi a disposizione.
Gli insegnanti si odiano, ognuno vuole essere il numero 1 e in ogni colloquio privato distruggono i rivali, con ogni mezzo a disposizione. Sarebbero da registrare, a volte.
E poi ci sono quelli con dei problemi davvero, problemi che tutti conoscono e presidi e colleghi non fanno nulla per risolvere:

"L'insegnante tale dà tutti 3? Vuole andarci a parlare? Stia attenta signora, perchè l'insegnante tale è un genio e, come tutti i geni, ha delle reazioni particolari nei rapporti con gli altri. Stia attenta signora, dica al ragazzo di non mettersi contro. L'insegnante tale è davvero particolare, quest'anno è toccata a voi, mi dispiace, noi la facciamo ruotare, quest'anno è toccata a voi".

Questa è la società oggi, solo competizione e arrivismo, individualismo e arroganza.

E’ vero che si tende a cercare soluzioni individualmente perché si è perso il senso del sociale, del collettivo, ma è proprio questo che bisogna cercare e conviene ricostruire. Se qualcuno prende iniziativa si accorge che altri la pensano allo stesso modo e sono disposti a mettersi in moto per cambiare qualcosa. Così là dove i genitori si sono organizzati e, senza cercare lo scontro, hanno provato a colaborare, qualcosa si muove e la scuola non si arrocca su posizioni indifendibile. Anche gli insegnanti quando, invece di mettersi in guardia l’un l’altro, creano piccoli gruppi che cercano di portare avanti delle idee, qualcosa si sblocca. Questo non vuol dire che non rimangano persone e situazioni rigide,  difficili da scalfire ma vale la pena provare.

postato da Isola08 alle ore 17:00 | link | commenti (17)
categorie: la scuola e le sue istituzioni
martedì, 29 gennaio 2008

Povera scuola

Vi segnalo questo articolo di Cosimo De Nitto sulla rivista on line "ScuolaOggi-Il giornale delle scuole."
C'è materia per riflettere.
Buona giornata.
Annarita
postato da annaritav alle ore 07:27 | link | commenti (16)
categorie: quale scuola, una scuola per tutti
domenica, 27 gennaio 2008

Noi siamo tutti responsabili

Bambinoshoa2Bisogna trasformare l'informazione in conoscenza, e trasformare la conoscenza in coscienza; bisogna dunque avere un atteggiamento etico verso la conoscenza. Una conoscenza astratta fa dell'uomo un'astrazione, ma un essere umano è tutto tranne che un'astrazione. Per questo, nel XX secolo, abbiamo assistito a tante atrocità: quando gli altri uomini sono soltanto un'astrazione senza umanità si possono annientare. Io penso che se sono informato dell'altro, l'altro per me vive e la sua vita mi chiama e le sue paure mi riguardano, e le sue gioie mi scaldano il cuore...

In fondo noi subiamo l'informazione, sono altri che ce la inviano. Però tutti concordano col dire che l'informazione dovrebbe essere anzitutto una testimonianza. Se ascolto un testimone deporre sulla storia o sulla sua o la mia vita, devo per prima cosa accettare quello che dice, cioè gli eventi e la memoria degli eventi, come se facessero parte della mia stessa vita e della mia stessa memoria. È solo allora che l'informazione, che è neutra, diventa conoscenza. Informarsi soltanto non costa sforzo, la vera fatica è trasformare l'informazione in conoscenza. È anche una fatica implicitamente etica, perché parte sempre da un riconoscimento dell'altro”.

Elie Wiesel

 

Il volto mi chiede e mi ordina.

La parola Io significa, eccomi

Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo.

Io non-intercambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me. Questa è la mia inalienabile identità di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoevskij dice: Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutti, davanti a tutti ed io più di tutti gli altri.

 

Emmanuel Levinas

 

La memoria che non entra nei nostri cuori prima che nelle nostre menti, non potrà mai trasformarsi in comportamenti.

Quanti genitori sono preoccupati perché il loro figlio è “troppo sensibile”, “troppo buono” e vorrebbero che imparassero “a difendersi” anche a costo a volte di usare violenza. Non concepiscono che il loro figlio possa soffrire, non ne accettano neanche l’idea.

Forse perché i mass media rovesciano quotidianamente nelle nostre case immagini di violenza reale o virtuale, ci siamo assuefatti e abbiamo perso la capacità di scandalizzarci di fronte a ciò che è il male nel mondo. Non ci sentiamo responsabili. Ma il non poter a volte dare una risposta di fronte a ciò che ci succede intorno non vuol dire dimenticare anche la domanda, che ci tiene vigili, attenti per lo meno, a «negare il nostro consenso» come dice Primo Levi [1]. È da questa capacità di dire “no” che inizia il nostro essere morale, che inizia la nostra libertà.

Oltre alla capacità di scandalizzarci, infatti, è venuta meno la capacità di sentirci responsabili delle nostre azioni, ci siamo liberati del senso di colpa. Ma il filosofo Givone ci mette in guardia e dice: «Ma la colpa non è solo senso di colpa, la colpa è la colpa, la colpa è responsabilità attiva e un livello più profondo di coscienza e di esperienza»

Bisogna restituire il senso di responsabilità ai ragazzi. Bisogna che nessuno possa più liquidare un gesto ostile nei confronti di un altro con uno “scherzavo” o “non so perché l’ho fatto” o “lo fanno tutti”.

Devono rispondere di quello che fanno anche se non sanno quello che fanno. È questo il vero aiuto che possiamo dare loro: riappropriarsi del proprio senso di responsabilità e quindi della capacità di scegliere.

Scritto da Emilia

postato da Isola08 alle ore 10:14 | link | commenti (19)
categorie: riflettere sulla storia
venerdì, 25 gennaio 2008

Povera Patria

“Il Parlamento della Repubblica italiana è l'organo costituzionale titolare della funzione legislativa. Il Parlamento ha una struttura bicamerale perfetta, poiché composto da due Camere aventi funzioni identiche: la Camera dei Deputati ed il Senato della Repubblica .La prima è formata da 630 Deputati e la seconda da 315 Senatori cui vanno aggiunti i Senatori di diritto a vita  (Presidenti emeriti della Repubblica) ed i Senatori a vita: cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario, nominati dal Presidente della Repubblica secondo il disposto dell'art.59 della Coastituzione.…Alle due Camere spettano la funzione legislativa, di revisione costituzionale, di indirizzo, di controllo e di informazione nonché altre funzioni normalmente esercitate da altri poteri: ovvero la funzione giurisdizionale e la funzione amministrativa.” (da Wikipedia)

Il  Parlamento è meta annuale di visite d’istruzione da parte degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. Gli insegnanti portano le loro classi a visitare il  luogo nel quali vive la democrazia del nostro paese.

Dovrebbe vivere.

Scene come quelle che si sono viste in Senato, trasmesse dalla televisione  e riportate da tutti i quotidiani,  sono indefinibili.  Qualunque aggettivo non esprime efficacemente lo sconcio di veder trasformate le aule austere del Parlamento in luoghi di combattimento nei quali volano insulti e parolacce, schiaffi, sputi, fischi e volgari lazzi, spintoni e aggressioni. In luoghi  nei quali esibirsi in squallidi numeri indegni del più becero avanspettacolo.

E la storia delle nostre Camere è costellata, dal 1948 ad oggi, di sordidi episodi del genere.

Vien voglia di domandarsi se non abbiano ragione quegli insegnanti che propongono di abolire una volta per  tutte le visite in Parlamento.

Che insegnamento trarre dalla vista di certi spettacoli?

Uno solo: che il rispetto è diventato merce di scarsissimo valore sull’attuale mercato. Che l’avversario va aggredito con ogni mezzo e non combattuto con  idee, proposte  e critiche costruttive. Povera patria.

Annarita 

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postato da annaritav alle ore 18:13 | link | commenti (9)
categorie: riflessione, riflettere sulla storia
giovedì, 24 gennaio 2008

E la vita è - ne sono sicuro - fatta di poesia

J.L.BorgesHo riletto in questi giorni “L’invenzione della poesia” di J.L.Borges e ho trovato le sue parole molto vere, se ne tenessimo conto quando accostiamo i ragazzi ai libri e alla poesia, io penso che non avremmo tanti studenti demotivati.

Che cos'è un libro? – si chiede - Un libro sembra qualcosa come un quadro, un essere vivente; però, se gli facciamo una domanda, non risponde. Allora ci accorgiamo che è morto”.

Ed è vero un libro di per sé non dice nulla, parla nel momento in cui qualcuno comincia a sfogliarne le pagine e a parlare con lui. E’ il lettore che deve entrare in relazione, che deve farlo rivivere, deve sentire che ha qualcosa da comunicare. Non ha valore di per sé, ha valore se qualcuno lo rimette in vita con il suo intervento. I libri possono vivere per lo stimolo che  ci danno per discutere sui problemi che la vita ci pone ogni giorno, per dirci come risolvere un problema, per esercitare la nostra mente, per giocare con la nostra intelligenza piccola o grande che sia. I libri devono vivere per  incuriosirci, per stupirci, per presentarci realtà nuove che non potremmo conoscere in altro modo. I libri devono esistere per abituarci ad informarci, per acuire il nostro spirito critico. I libri devono esistere per insegnarci a fare domande senza le quali il nostro sapere non potrebbe progredire. I libri devono vivere in mezzo a noi per interrogarci su ciò che ci sembra giusto o ciò che non ci sembra tale…

Troppo spesso c’è ancora una concezione della cultura senza anima che domina ancora anche nei licei “più prestigiosi”, una cultura che è puro esercizio della mente, che non raggiunge il cuore degli allievi e degli insegnanti.

La cultura, quindi, non dovrebbe essere fine a se stessa, ma dovrebbe in qualche modo legarsi alla vita. Lo studio è fatica, sacrificio e perché il ragazzo lo affronti con più serenità dovrebbe anche capirne i vantaggi, che non dovrebbero essere solo quelli per migliorare il proprio avvenire dal punto di vista lavorativo ed economico, ma anche quelli per imparare ad affrontare la vita con più serenità e consapevolezza.

“Il vescovo Berkeley (che, vi rammento, è stato un profeta della grandezza degli Stati Uniti) – dice Borges - ha detto che il sapore della mela non si trova nella mela – che non può gustare se stessa - né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l'una e l'altra. Lo stesso accade nel caso di un libro o di una raccolta di libri, una biblioteca. Un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva il buon lettore e le parole - o, meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli - tornano in vita. Ed ecco la resurrezione della parola”.

E riferendosi alla poesia continua dicendo:

“Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle. Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che in realtà è: una passione e una gioia (... ) E la vita è - ne sono sicuro - fatta di poesia. La poesia non è un'estranea; la poesia è, come vedremo, sempre in agguato dietro l'angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento.

Sicché si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l'esperienza accade. Ecco che cos' è la poesia”.

Ma quello che mi è piaciuto di più è che dei maestri che si amano egli dice: “mi piacerebbe sentire le loro voci. E, qualche volta, provo a imitarle, per  poter pensare come loro avrebbero pensato, li sento sempre intorno a me”.

Forse se fossimo un po’ più ambiziosi cercheremmo di diventare maestri così e i nostri sforzi, la nostra fatica, non ci sembrerebbero inutili.

Emilia

postato da Isola08 alle ore 17:57 | link | commenti (11)
categorie: citazioni, riflettere sulla letteratura
lunedì, 21 gennaio 2008

Importante è vivere con i nostri figli...

cinema_popcornInseriamo molto volentieri questo altro spaccato di vita di una madre con i suoi figli. Grazie Dona.


A volte e’ facile armarsi di buoni propositi ed elargire altrettanti buoni consigli basati sull’ esperienza e sull’evidenza atti a crescere i nostri ragazzi seguendo le regole che noi grandi proponiamo. Poi ci si deve confrontare con la realtà di tutti i giorni, col tempo che sembra tiranno, con le mille faccende da assolvere, il lavoro che toglie tempo, talvolta la mancanza di un appoggio da parte dell’altra figura genitoriale, con il carattere dei nostri figli non sempre facile e perché no con il nostro, con le nostre paturnie, lo stress e i sensi di colpa. Ecco che i buoni propositi vacillano e come il buon senso comanda si cerca di fare e dare del proprio meglio.

A volte e’ facile anche esprimere il proprio pensiero lasciando un proprio commento alla considerazione di qualcun altro.

Lo e’ per me, quando si parla di figli. Di loro c’e’ sempre da dire qualcosa.

Leggo e quasi sempre manifesto la mia seppur corta esperienza perché in mezzo ai figli ci vivo: quelli miei e quelli di altri genitori come me, che cerchiamo di professarci tali, talvolta senza renderci conto che ci  si è imbarcati in un avventura al limite tra realtà e fantasia con alternanti momenti di insidiosi pericoli e stupefacenti scoperte.

Un po’ come l’avventura fantastica che anima la grande sala buia in questo momento, perché e’  proprio da un cinematografo, uno dei palcoscenici della vita, che desidero presentarmi a voi.

Pronta a decollare per la grande avventura, con a fianco i miei figli, confusa tra di loro, anche io con il mio bussolotto di pop-corn in mano.  Ed e’ così che ti alleggerisci dell’immancabile rimprovero che ogni buon genitore allunga al figlio quando vede rovesciato  un euro di mais soffiato sotto la poltrona… non potrebbero riempirli un po’ meno questi barattoli!!!

Il pensiero immancabilmente va agli anni in cui desideravo di sedermi in una grande poltrona col sedile a scomparsa e stare ferma ferma per paura di essere rinchiusa come l’imbottitura di un panino tra lo schienale e la seduta. Non sarebbe stato necessario che la mamma mi dicesse di stare ferma se mi ci avesse portato…

Sono felice di far provare la grande emozione del grande schermo ai miei figli, sono felice di condividerla con loro ritornando anche io un po’ bambina col barattolo in mano…e lasciarmi andare ad una storia fantastica confondendo la mia non più giovanissima risata con quelle spensierate dei ragazzi.

In questo momento potrei trovarmi in mezzo ad un campo sconfinato di girasoli o a casa intorno ad un tavolo  tra tabelline e sillabe da assemblare, l’importante’ e’ poterlo vivere insieme a loro.

Ceglieterreste chiede aiuto per una bambina malato che ha bisogno di noi: andate nel suo blog

postato da Isola08 alle ore 09:20 | link | commenti (14)
categorie: rapporto genitori figli
giovedì, 17 gennaio 2008

Trovarsi in un'isola da cui provengono segnali incoraggianti

peanuts03Bisogna prendere sul serio le testimonianze (come quella del ragazzo peruviano o di Rashid) che ci vengono dai ragazzi se gli lasciamo lo spazio per farlo. E siamo d’accordo con Dona che dice nei commenti che “la scrittura, è un basilare mezzo di comunicazione (…) come mezzo di avvicinamento tra le due figure... non solo verifiche e compiti, non solo valutazioni e note”.

Ne “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa leggiamo:

«Oggi mi trovo in uno di quei giorni in cui non ho mai avuto futuro. C'è solo il presente: immobile come un muro di angoscia tutto attorno. L'altra riva del fiume, in quanto è quella di là, non è mai quella di qua: e questa è l'intima ragione di ogni mia sofferenza. Ci sono navi dirette verso molti porti, ma nessuna verso dove la vita non dolga, perché non si può sbarcare nel porto della dimenticanza. Tutto ciò è accaduto molto tempo fa, ma la mia pena è più antica».

 Ed è proprio così che si sentono molti bambini e ragazzi quando non sono ascoltati e compresi, intrappolati dentro un presente senza prospettive. Molti bambini nelle nostre scuole chiedono nei linguaggi che conoscono aiuto: noi come rispondiamo loro? O troppo spesso non ce ne accorgiamo?

“La tristezza proviene dall'origine – dice Zorba - delle nostre emozioni. possiamo essere tristi e ritrovare il sorriso. possiamo essere tristi per un vuoto incolmabile. possiamo essere tristi per aver dimenticato come si sorride. La possibilità di chi sta vicino ad un ragazzo che prova tanta tristezza, sta prima nel condividerla intimamente e profondamente, e poi nel fare un salto in avanti verso un'isola da cui provengono segnali incoraggianti”.

Ricordo di aver sentito pronunciare il primo giorno di scuola da una collega una frase significativa: «Scommettete! Io so già chi sarà bocciato alla fine dell’anno!».

E di bocciature annunciate ne potremmo raccontare tante, perché come dice questa insegnante, chi non è “attrezzato”, chi non ha gli strumenti o come vengono chiamati “i prerequisiti per…”, chi non ce la fa ad un certo punto a reggere il carico di un apprendimento senza aiuto e senza soste, è bollato e la parola “bocciato” rende bene l’idea anche se con molta più ipocrisia oggi l’abbiamo sostituita con “non ammesso alla classe successiva”.

Non bisogna essere dei grandi indovini. Se le richieste che facciamo, le metodologie che usiamo sono sempre le stesse, la previsione può essere semplice. Atteggiamento ben diverso è se accettiamo la sfida di riuscire a modificare un percorso che sembra già segnato e prestabilito. Se prendiamo sul serio l’insuccesso scolastico, ma non come prova che un bambino non è adatto alla scuola, non per svalutarlo, ma per capire come mai il suo processo di apprendimento si è bloccato. La bravura di un insegnante non si misura sui ragazzi che sono già bravi in partenza, ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri credono già segnato.

Dicendo a un bambino che gli mancano le capacità, lo si priva della fiducia in se stesso e davvero lo si condanna all’insuccesso. I bambini possono entrare in una classe dove già tutto è predisposto dai programmi e da come i professori o i maestri intendono svolgerlo. Si presentano a noi con la loro intelligenza che può essere adatta o no ad apprendere il programma, a essere disciplinata. Tutto il resto passa sotto i nostri occhi come ci fosse estraneo e non ci riguardasse. Non ci sentiamo chiamati in causa perché il nostro compito è insegnar loro la matematica, la grammatica. I loro problemi non rientrano nei nostri compiti.

Se, invece, siamo curiosi di conoscerlo per aiutarlo ad uscire da quelle difficoltà in cui si sente intrappolato, se avremo quella curiosità che Bencivenga definisce «appassionata e affettuosa con cui si portano in luce i segreti di una persona cara; non quella tirannica e sterile con cui ci si appropria di un inutile dato statistico»[1], se parleremo con lui per capire cosa gli sta capitando, se dimostriamo interesse sincero per lui così com’è, forse può iniziare un cammino.

«Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarre un maggiore profitto se possono confidare nel fatto che al loro fianco ci siano più persone fidate che verranno in loro aiuto in caso di difficoltà»[2]. Così ci ammonisce lo psicoanalista John Bowbly.

Emilia

[1] ERMANNO BENCIVENGA, Parole che contano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a Milano, 2004
[2]
John Bowbly, Costruzione e rottura dei legami affettivi, Cortina, Milano, 1982.
postato da Isola08 alle ore 18:22 | link | commenti (19)
categorie: come star bene a scuola
lunedì, 14 gennaio 2008

La tristezza è un sentimento che tutte le persone soffrono

ragazzo perùQuesto ragazzo scrive della sua tristezza, una tristezza che comunica alla sua insegnante con cui la vuole condividere. E questa, dice Maria, una richiesta implicita di aiuto ed abbiamo l'obbligo come adulti di non lasciarli soli, di aiutarli a parlarne e di accompagnarli nel loro percorso perchè si sentano compresi e non abbandonati a se stessi. Il poterne parlare è già un passo avanti.

La tristezza è un sentimento che tutte le persone soffrono , capita a tutti perché fa parte della vita, puoi provarla per qualcosa che tu desideravi nella vita e non l’hai avuta.

Io ho  sofferto tanta tristezza che non riuscivo più a sopportarla.

Mi sono sentito triste quando ho lasciato il mio paese e ho lasciato tutti quelli che mi volevano bene. Sono andato via dalla scuola e sono venuto in Italia. Mia sorella mi racconta che i miei compagni mi dicono di non dimenticarmi di loro, ho lasciato tutti tristi e anche io sono arrivato triste.

La mia vita purtroppo non è nemmeno il 10% di allegria, mi dispiace che la mia allegria non sia con tutti i miei famigliari e di non dividere ogni momento come facevamo quando io ero ancora piccolo e che la mia vita debba finirla qua in Italia e non nel mio paese. A volte l’allegria si diffonde se soltanto possiamo telefonarci. Ma è veramente poca l’allegria. Cresco, cresco e ogni giorno perdo un po’ della mia vita, la felicità sta andando in giù a scuola, nel mio paese non c’era nessun problema, tutti mi volevano bene e io ero importante per loro.

Mi sono sentito triste quando i miei genitori mi hanno messo in punizione per una nota che ho preso con una professoressa …e da quella nota sono ancora in punizione. Ero rimasto triste, ma con lei sono rimasto arrabbiato e da allora con lei non parlo più come facevo. Mi chiedo ancora se le professoresse hanno un cuore, se non hanno mai un momento triste e perché non capiscono le mie difficoltà. E oltre le note ci sono le verifiche a sorpresa  che poi chiama noi che sbagliamo asini e incapaci. Se la professoressa fa queste cose è perché non ha pazienza, ma perchè le professoresse non hanno pazienza? la scuola è per insegnare non per trattare male. La mia tristezza era così troppa che volevo cambiare scuola, solo che con i miei compagni ho creato un rapporto migliore e non voglio lasciare anche loro.

 Testo scritto da un ragazzo peruviano arrivato in Italia a Ottobre dello scorso anno in ua prima media.

La foto proviene dal blog. appunti e luce

postato da giuba47 alle ore 19:41 | link | commenti (15)
categorie: testimonianze, difficoltà e disagio, una scuola multiculturale
sabato, 12 gennaio 2008

Una mamma chiede....

CompitoClasseLavinia pone questo quesito che a noi sembra importante mettere in discussione perchè è un pronlema che ci hanno sottoposto in molti:

Licei.
Esempio: una classe di ragazzi bravi (così almeno hanno sempre sostenuto tutti i professori),
un'insegnante di fisica che dà 3 e 4 a quasi tutti nei compiti in classe.
Se non ci sono sufficienze alza un voto a ognuno.
E' una brava insegnante?
E' un'insegnante che spiega bene?
Perchè nè lei nè i suoi superiori si pongono queste domande?


Questo è il problema che ci dovremmo porre come insegnanti di fronte ad una classe che non reagisce in modo positivo: ci si mette in questione, si cerca di capire il perchè, si cambia metodo, si parla con loro o si continua sulla propria strada persando che sono gli studenti ad essere inadeguati?
Ma devono interrogarsi anche i genitori:  come si pongono di fronte a queste situazioni, chiedono chiedono spiegazioni agli insegnanti o accettano in silenzio o risolvono i problemi individualmente (es. ripetizioni private).

ICare risponde;
A proposito dell'ultimo commento, ci sono molti colleghi che dell'insegnamento hanno percepito solo l'aspetto dell'insegnante giudice, per cui se piazzo a tutti 3 e 4, la mia materia diventa importante. Purtroppo non si rendono conto costoro di un grave errore: se la gran parte degli studenti non riesce ad avere buoni risultati la colpa è almeno per un buon 70% dell'insegnante, perchè è l'insegnante che dà il "là" al dialogo didattico. Se l'insegnante non capisce che il voto è un indicatore di crescita che misura anche la sua capacità di trasmettere non avrà capito nulla della didattica. Ma molti continuano imperterriti, salvo poi dire che sono gli studenti a non voler studiare, ma studiare cosa? ciò che tu hai proposto in modo magari astruso? Il dialogo ha almeno due protagonisti: l'insegnante e la classe. Se la classe va male, bisogna cambiare metodo d'insegnamento, non fare del proprio insuccesso professionale un atto d'accusa degli studenti. L'insegnante, ho scritto in precedenza, è come un allenatore, e quando mai l'allenatore ottiene il meglio dalla sua squadra demotivandola o giudicandola negativamente?

postato da Isola08 alle ore 14:36 | link | commenti (21)
categorie: valutazione, la scuola superiore
mercoledì, 09 gennaio 2008

LEZIONE DI STORIA: LE IMMAGINI

Ho già parlato (qua) di come, a mio avviso, sono importanti le immagini nella spiegazione di una lezione di storia. I dipinti, le xilografie, le incisioni ci sono di grande aiuto per rappresentare eventi, fatti, misfatti, per riconoscere episodi noti e meno noti, per aprirci finestre là dove usualmente c’è profondo buio.

La lezione di storia, aiutata da schemi e da foto, si rivelerà, così, piacevole e nello stesso tempo s’imprimerà nella memoria di coloro i quali ascoltano e guardano. Le parole, in un primo tempo, dovranno seguire le immagini per poi andare oltre e approfondire ciò che l’insegnante ritiene opportuno.

Qua di seguito lascio un post tratto dal mio blog, nella quale descrivo la cucina del Rinascimento. Potrebbe essere il punto di partenza per parlare di quell’epoca,  come nasce il Rinascimento, come cambia, potrebbe essere base di discussione per  girovagare per Venezia, Firenze, per i costumi, insomma: immagine chiama immagine e parola chiama parola, tutto sta nel saper assemblare bene le due cose, come perfetta simbiosi.

 

LA CUCINA NEL RINASCIMENTO

 

Chi non è sanamente curioso, raramente può indagare e capire da dove provengono determinate usanze. Normalmente gli storici sono curiosi per natura, sbirciano, analizzano, ricercano.

Così, dopo aver vestito e svestito la gente del 1400, mi intrufolo in una cucina rinascimentale, una cucina del ceto alto, per osservare e dettagliare i loro modi e costumi.

Bene, le mie ricerche mi portano a Venezia, quella Venezia del 1570, anno di pubblicazione di un interessante libro di Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte di cucinare. Bartolomeo fu un cuoco, anzi, il cuoco secreto, come allora si diceva, cioè personale, di papa Pio V (1504-1572).

Per meglio descrivere la cucina dell'epoca, cucina intesa come materiali che la componevano e l'arredavano, mi aiuto postando alcune immagini tratte dal libro dello stesso Scappi, primo e significativo libro che annotava - anche, ma non solo - dettagliatamente ogni suppellettile necessario all'arte della cucina.

 

La cucina nel Rinascimento, 1570. B. Scappi

Salta subito alla vista, a destra del camino, un sacco di paglia sospeso dove si infilavano i coltelli e altri utensili, sempre pronti per essere adoperati. Sul tetto si appendevano le carni, sui tavoli piatti, tegami, sulla sinistra un contenitore con l'acqua, mentre il fuoco, generalmente, rimaneva accesso notte e giorno, scoppiettando e preparato per cucinare qualsiasi pietanza. Vicino al camino, uno spiedo arrostendo cacciagione.

 

Cucina nel Rinascimento, 1570, B. Scappi

Altri utensili che si adoperavano in una cucina nel Rinascimento: padelle, tegami, mestoli, cucchiaioni, forcine, ecc. Potremmo fare il confronto con la nostra epoca e notare che, in fin dei conti, abbiamo tutt'oggi gli stessi strumenti, magari diversamente disegnati.

 

Cucina nel Rinascimento, 1570, B. Scappi.

In questa immagine, possiamo notare la varietà di coltelli - da torta, da pasta, da raschiare -, ma anche spiedi e forcine. In basso a sinistra è raffigurata una siringa che si usava per le decorazioni, oltre a un ferro da maccaroni per la pasta.

 

Felicità.

 

Rino, invitando a osservare.

 

postato da babilonia61 alle ore 09:42 | link | commenti (19)
categorie: riflettere sulla storia

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