L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
mercoledì, 27 febbraio 2008

RICORDANDO HONORE' DAUMIER

Si può ricordare la storia anche con gli anniversari, con le date. Proprio in questi giorni si celebrano i 200 anni della nascita del grande Honoré Daumier.

Perché non far conoscere la Francia, e Parigi in particolare, dell’ Ottocento agli alunni. Basta solo guardare e leggere le sue litografie, i suoi quadri, le sue opere.

Di seguito un mio intervento.

 

Tutti lo conoscono per le sue litografie, per i suoi personaggi buffi, per le sue caricature, ma meno famoso è per i suoi quadri, dove rispecchia una tragica realtà, la realtà della Francia dell’Ottocento.

Daumier, che mi piace definire uno dei padri del naturalismo, dipinse circa 200 quadri nel trascorso della sua vita. Espose, per la prima volta, nel Salone di Parigi nel 1849 con il celebre dipinto: Il mugnaio, suo figlio e l’asino.

Fu influenzato da Millet e da Corot, pittori realisti, molto apprezzati in quell’epoca. Stilisticamente i dipinti sono simili alle sue litografie, hanno in più un appropriato impiego del colore.

Il tema principale era la povertà in tutte le sue sfaccettature, dedicandosi talvolta anche a beffeggiare la società borghese del suo tempo. La peculiarità di Daumier è quella di essere riuscito a servirsi di un’elegante mescolanza di chiaroscuri, con l’uso di tonalità calde che danno passionalità e vigore all’insieme, il tutto con somma armonia, armonia che ben si palesa ai nostri occhi.

Nei tre dipinti che propongo c’è da notare il fascino dei colori pastello, le luci ben accese e definite, e il perfetto dosaggio delle ombre che danno risalto a quelle parti che l’autore desiderava mostrare. I quadri sono di tre periodi diversi, uniti da un tema: la vita quotidiana.

 

Felicità.

 

Rino, ammirando Daumier.

 

 

Daumier, Olio su tela,1860-

Il vagone di terza classe, 1860-1863.

 

 

Daumier, Olio su legno, 1868-1870- L

L'artista, 1868-1870.

 

 

Daumier, olio su legno, 1860-

Le lavandaie, 1860-1861.

postato da babilonia61 alle ore 15:25 | link | commenti (15)
categorie: anniversari, storia, honoré daumier
giovedì, 21 febbraio 2008

Uno sguardo dalla finestra

L'ufficio di segreteria in cui lavoriamo ha una grandissima finestra affacciata su un giardino interno in cui spesso gli alunni delle varie classi vengono a giocare, inoltre anche il breve corridoio ha una parete di vetrate sul giardino principale, grande e ombreggiato da alti pini.
Mi capita  quindi di alzare lo sguardo o di trattenermi nel corridoio perchè attratta dal vociare vivace dei bambini.
È una cosa che mi piace tantissimo, credo non ci sia niente di più bello del guardare i bambini che giocano con tutto l'impegno e la serietà di cui sono capaci.
Naturalmente nel giardino della scuola privilegiano i giochi di gruppo, non manca mai la piccola partita di pallone o di pallavolo, ma spesso si dedicano anche a giochi che credevo oramai abbandonati, come il salto della corda o la "campana". Ve la ricordate?
gioco_campanaMa la cosa che più mi piace è osservare un bambino quando gioca da solo.
È in quel momento che tutta la sua fantasia si mette in moto.
Lo vedo dialogare con se stesso o con un interlocutore immaginario che gli sta accanto, accompagnando il discorso con gesti e movimenti del corpo.
È talmente preso da quel solitario esprimersi che non si accorge di nulla, i compagni e il giardino della scuola non ci sono più, la sua fantasia chissà in quale reame di fiaba lo ha portato. E il suo sguardo vaga all'intorno mentre  intona una canzoncina e sorride.
Com'è bello vedere un bambino felice nella piena espressione della propria fantasia.
Vien da piangere al pensiero di quanti piccoli si vedano invece quotidianamente negata l'infanzia, per i più turpi ed egoistici motivi.
A volte perdiamo tempo in tanti modi, ma se ci fermassimo a guardare un bambino che gioca, vedremmo la parte migliore di noi stessi, quella che non abbiamo mai dimenticato e che dorme in profondità, soffocata da mille preoccupazioni non sempre necessarie.

Annarita
Bambino_gioco
 
postato da annaritav alle ore 19:54 | link | commenti (15)
categorie: riflessione, come star bene a scuola, lavorare con la fantasia
domenica, 17 febbraio 2008

A scuola si può riflettere insieme...

Ragazzo soloI ragazzi hanno bisogno di avere spazi in cui parlar di sè, di raccontarsi, di far venire fuori in modo semplice e sereno i propri pensieri, hanno bisogno di condividerli e di discuterli con gli altri. La scuola è anche questo... Ed è sbagliato chi pensa che si perda tempo: semplicemente in questo modo i ragazzi  imparano che la scuola non è estranea alla loro esistenza, ha rispetto di loro ed è interessata a condividere insieme un pezzo di vita.


Caro diario

ho capito che non mi conosco fino in fondo. In generale non so cosa scrivere quando devo parlare di me, non riesco a descrivermi  perché non ho mai riflettuto sulla domanda “Chi sono io?” Ora che ci penso mi rendo conto che per vivere veramente  bisogna capire chi si è . Quando lo capisci, capisci anche i tuoi limiti e puoi anche renderti conto di ciò che puoi dare a chi ti sta vicino.

Però qualcosa ho capito di me: io voglio apparire in alcuni casi quello che non sono, lo faccio perché ho paura di non essere accettato. Io mostro di me solo le cose che voglio mostrare: anche se probabilmente è una cosa sbagliata io non riesco ad evitarla . Ho paura che se mi espongo troppo uno potrebbe ferirmi dove fa più male .

In questo modo però mi sento insicuro di me stesso. Se uno mi coglie di sorpresa potrebbe vedere che dietro alla maschera c’è un bambino con il dito in bocca. A me questo mondo fa paura, ho paura che se cadessi e nessuno venisse ad aiutarmi, non riuscirei a rialzarmi. Io mi sono reso conto che ho dei comportamenti da egoista: quando S. che è mio amico sta con qualcun altro io vado in crisi pensando che lui non mi parla più e non è più mio amico. Lo so è strano, ma è così. Io vivo nel terrore di essere lasciato da solo.

 Testo scritto da P. un ragazzo di seconda media

Il post è stato scritto da Maria

giovedì, 14 febbraio 2008

Dieci regole per genitori

Regola n. 1 I ragazzi sono come un fiume che scende a valle, segue la via che vuole, che può: non influire sulle scelte scolastiche dei propri figli;

Regola n. 2  Quando un figlio si lamenta in casa del trattamento che riceve a scuola, evitare di dire: la prossima volta dillo a me che ci penso io!

Regola n. 3 Evitare di fare i compiti con i propri figli e studiare al loro posto, mentre scrivono messaggini col cell;

Regola n. 4 Evitare di consolarli quando ricevono un rimprovero da un Insegnante. Dire loro che nella vita le ingiustizie e le false accuse sono parte della vita e che bisogna anche accettarle;

Regola n. 5 I nostri figli non sono un mezzo per la nostra realizzazione;

Regola n.6 Mostrare il più possibile di condividere le finalità e le scelte degli Insegnanti, non criticarli in presenza dei ragazzi;

Regola n. 7 Non caricare i ragazzi di responsabilità e attese sociali in merito ai risultati scolastici;

Regola n. 8 Nella vita di tutti ci sono delle priorità. Avere ben chiaro, a se stessi, se desideriamo un figlio/a rispettoso, educato, gentile, serio, sereno; oppure un figlio/a furbo che ci sa fare e scavalca tutto e tutti;

Regola n.9 Amare e voler bene ai propri figli a prescindere dai risultati scolastici, privilegiando il comportamento corretto, piuttosto che il voto in questa o quella materia;

Regola n. 10 Il bene dei propri figli è strettamente legato al bene dei suoi compagni e frequentatori.

Scritto da Zorba.

giovedì, 07 febbraio 2008

La risposta che non ho

Alcuni giorni fa un'insegnante è passata in segreteria nel pomeriggio, in attesa di andare alla riunione di interclasse e poi all'incontro con i genitori. È una persona in gamba, competente nel suo lavoro e con anni di esperienza, i suoi alunni le vogliono un mondo di bene e l'ascoltano sempre.
Solitamente ha il sorriso e la battuta pronti, ma quel pomeriggio era stranamente taciturna e demoralizzata, così non ho potuto fare a meno di chiedergliene il motivo.
E ciò che mi ha raccontato mi fa riflettere ancora adesso, anche se, purtroppo, non ho una risposta al suo interrogativo.
In anni e anni di lavoro nela scuola elementare si è prodigata per insegnare il rispetto ai suoi alunni, rispetto per gli uomini, per gli animali, per la natura e per le cose, sperando di dar loro una mano nella vita, ma ora che ha sui banchi i figli dei suoi ex alunni ciò che vede la riempie di sgomento.
Dove sono i frutti che sperava di raccogliere? Come possono questi bambini calpestare con naturalezza le più elementari norme del vivere civile, ignorando di farlo, cosa ancor più grave?
Francamente non ho saputo che cosa rispondere al suo amaro sfogo e continuo a pensare a quelle parole.
A volte si ha l'impressione di vivere accerchiati dall'arroganza, dalla prepotenza e dalla mancanza di rispetto, forse per questo mostrare gentilezza, educazione e tolleranza sembra ai più una deprecabile forma di debolezza.
ll vecchio detto "chi si fa pecora, il lupo se lo mangia" rispecchia benissimo questa situazione.
Non è raro sentire genitori che esortano i loro figli a non cedere per primi, a ripagare uno sgarbo con un altro sgarbo, a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno.
E allora vien da domandarsi se questi genitori non abbiano mai avuto, in famiglia e a scuola, qualcuno che insegnasse loro il valore del rispetto o se l'insegnamento sia stato pian piano dimenticato perché comunque in un mondo di prepotenti bisogna giocoforza difendersi come si può per non essere appunto tacciati di debolezza.
Ma dove è cominciata questa spirale perversa? Quando si è innescato questo meccanismo?
I soliti laudatores tempori acti direbbero che si stava meglio quando si stava peggio, ma io credo che oggi il fenomeno sia più vistoso perché viviamo in una società multietnica e multimediale, il mondo è un piccolo villaggio globale nel quale oramai tutti sappiamo tutto di tutti e dobbiamo fare quaotidianamente i conti con una realtà sempre più composita.
Una cosa sola però resta fondamentale e condivisibile da ogni persona con un minimo di buon senso: la necessita di questo benedetto rispetto che ci aiuti nelle piccole e nelle grandi cose, nella quotidianità come nel grande impegno.
È vero, intorno a noi non ne vediamo, ma se provassimo a fare qualcosa in prima persona?
Intanto io continuo a pensare a quelle parole e mi impegno a fare la mia parte.

Annarita

Scuola

postato da annaritav alle ore 19:15 | link | commenti (17)
categorie: rapporto genitori figli, quale scuola, educare a essere accoglienti
giovedì, 07 febbraio 2008

DURANTE IL CAMMINO

DonaMi sono accorta che qualcosa non andasse quando vidi una mia firma falsificata sotto ad un brutto voto che Sara aveva preso in una verifica di italiano.
Aveva appena 7 anni e frequentava la seconda elementare quando il nonno, proprio all’inizio dell’anno scolastico si ammalò.

Per mesi corremmo tra l’ospedale vicino a casa e il centro di tumori di Aviano per poterlo curare ed essendo io infermiera lo seguivo a casa tra un ciclo e l’altro di chemioterapia.

Improvvisamente per Sara era venuto a mancare un importantissimo punto di riferimento.

Il nonno era solito accompagnare a scuola, quasi ogni giorno, lei e gli altri due fratellini di 3 anni, ed ogni giorno faceva con loro delle belle passeggiate tra i prati e i boschi insegnando e raccontando loro di quando era bambino.

Anche i gemellini erano molto affezionati a lui ma il rapporto che Sara aveva con il nonno era davvero speciale.

In buona fede, abbiamo dato per scontato, noi adulti della famiglia, che fosse giusto “proteggere” Sara dalle eventuali sofferenze che poteva avere vedendo il nonno in quello stato, cercando di non parlare della malattia e cercando di distrarla in tutti i modi.

In realtà lei era preoccupatissima al punto tale di non riuscire a concentrarsi a scuola, di prendere brutti voti e per non dare preoccupazioni a me per questo, percependo la preoccupazione che avevo per le condizioni del nonno, di “arrangiarsi” con le note che prendeva.
Vedendo quello scarabocchio che pretendeva mestamente voler essere la mia firma, sono crollate anche quelle poche certezze che avevo e cioè di protezione di Sara di fronte alla malattia.

E’ stato un lavoro duro per tutti.

Ho chiesto aiuto alle maestre e ad una psicologa che mi ha indicato la giusta via da percorrere con mia figlia.
Ricordo quella sera che abbiamo pianto assieme, nel suo letto, per la prima volta. Insieme nella paura di perdere il suo nonno, mio padre.

A distanza di 5 anni ci siamo ritrovate a piangere su queste paure e poi a piangere nel suo ricordo.

Questa volta siamo stati tutti partecipi della sofferenza di questa fantastica figura, fino all’ultimo respiro e mentre Sara con i fratelli, dopo avergli dato i loro ultimo bacio se ne sono andati a scuola come tutte le mattine, lui silenziosamente ci ha lasciato.

Ho voluto raccontare brevemente questo scorcio di vita per valorizzare i nonni, importantissime figure nella vita nei nostri figli.

Inoltre e’ importantissimo condividere con loro i problemi della famiglia nei modi e con le parole più consone ma mai tagliarli fuori da quello che sta succedendo intorno a loro, anche se molte volte viene fatto in buona fede.

Condividere con loro non solo le gioie ma  anche i problemi li fa sentire parte della famiglia e in questo modo non si fanno idee sbagliate e non vivono le incertezze come fossero macigni.

Scritto da Dona

postato da Isola08 alle ore 11:02 | link | commenti (10)
categorie: riflessione, rapporto genitori figli
martedì, 05 febbraio 2008

Il fantastico mondo di Roald Dahl

DahlcarcaturaC’è un autore che non ho mai sbagliato a far leggere, che ha sempre appassionato  bambini e ragazzi e, confesso, è piaciuto tanto anche a me. Finito uno ne volevano subito un altro. L’autore è Roald Dahl

"Io so parlare ai bambini. E' una fortuna. Tutti pensano di capire i bambini, specie chi li ha. Non è così… Il loro è un mondo diverso. Gli adulti, i genitori sono i nemici… Anche se ami tuo padre e tua madre, questi giganti che non ti fanno fare le cose sono tuoi nemici."

Queste sue parole mi hanno ricordato cosa ha  detto, una volta, una ragazza di prima media  quando mi riferivanono  un episodio di “bullismo”: Interrogandoci sul da farsi ì, Carla mi ha detto “Non vada a parlarle lei, perché è un’insegnante e loro partono prevenuti, non la staranno mai a sentire”… poi mi guarda a lungo e continua “no, forse può farlo, lei parla tanto con noi che adesso ha imparato come si fa”. In breve tutta la classe mi ha dato il permesso…

Ecco, noi diamo per scontato di sapere come parlare ai giovani, ed invece, bisogna imparare.
Dahl lo sapeva molto bene.
Egli nei suoi libri sa interpretare i pensieri più nascosti dei bambini e li mette alla luce in modo umoristico e dissacrante. I bambini si divertono, agli adulti ogni tanto fa bene rispecchiarsi e riconoscersi in qualche atteggiamento non tanto simpatico.

Ridere insieme è comunque qualcosa sempre di liberatorio, anche se, magari, qualcuno può sentirsiStreghe offesa a sentirsi paragonare ad una strega.  Eppure  quando Dahl racconta  della loro assemblea,  mi sono ritrovata a pensare  ad un collegio docenti...  Forse mi sento un po' come lui:
“Gli adulti sono troppo seri per me. Non sanno ridere. Meglio scrivere per i bambini, è l'unico modo per divertire anche me stesso”.

Roald Dahl è un uomo che ha sofferto molto nella sua vita. Nato da genitori norvegesi il 13 settembre 1916 nella città di Llandaff, nel Galles, dopo un'infanzia e un'adolescenza segnate dalla morte del padre e della sorellina Astrid, segnato dalla severità e dalla violenza dei sistemi educativi dei collegi inglesi, è riuscito da solo a trovare le forze per andare avanti e a trarre spunto dalla sua vita per elaborare in una scrittura lieve, ma caustica quanto basta, storie che sanno parlare ai vissuti più profondi dei bambini. Di lui si racconta che avesse il vezzo di scrivere chiuso in una stanza in fondo al suo giardino, avvolto in un sudicio Poltrona Dahlsacco a pelo e sprofondato in una poltrona improbabile appartenuta alla madre. Sul tavolo, una palla color argento fatta con la stagnola delle tavolette di cioccolata che mangiò da ragazzo. Ma al di lMatildeà degli aneddoti, restano i libri da lui scritti.

Roald Dahl ha inventato Il Grande Gigante Gentile, Danny il campione del mondo, Furbo-il signor volpe, Gli Sporcelli, Le streghe, i Gremlins, Il coccodrillo enorme, Il dito magico, Il grande ascensore di Cristallo, Matilda, James e la Pesca gigante, La fabbrica di cioccolatoilggg
Nella sua autobiografia  Boy e nella sua continuazione In solitario ripercorre gli aneddoti di un’infanzia e di un’adolescenza dove gli eventi Boyscorrono in secondo piano….ed è questo il segreto di tutto…sono centrati i dettagli, le espressioni, i personaggi, il tutto dal punto di vista di un bambino e della sua fantasia. In esso vedono già scritte le pagine dei suoi romanzi come naturale conseguenza di queste divertenti note da diario, da lettera, da fotografie, da schizzi.

Immagine1

Se sono riuscita ad incuriosirvi con queste poche righe, vi consiglierei  una visita al sito www.roalddahl.com. dove libri e autore sono efficacemente presentati non da parole ma dalle magiche illustrazioni di Quentin Blake.

Scritto da Emilia

postato da Isola08 alle ore 17:44 | link | commenti (18)
categorie: libri, avviare alla lettura i bambini

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