L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
domenica, 30 marzo 2008

Grazie Pennac...

pennac2Quando due anni fa ho scritto il libro “Star bene a scuola si può?”, dopo aver discusso a lungo avevamo aggiunto il punto interrogativo. Per me e per chi ha condiviso questo lavoro e l'espereinza come insegnante, era una certezza che “star bene a scuola si può…”, la certezza di chi da trent’anni vive nella scuola e ha percorso questa strada con successo: i nostri ragazzi ce l'hanno sempre confermato. Ma sapevamo che per molti, moltissimi non era così… E allora il punto interrogativo... perchè si avviasse una disscussione.
Ho presentato il libro in tutta Italia ed ancora oggi giro nelle scuole, tra genitori a parlare. Ho trovato insegnanti che mi hanno detto come la disillusione aveva spento in loro ogni entusiasmo, e che parlare insieme, ritrovarsi a discutere certe tematiche, gli aveva ridato fiducia e voglia di ricominciare. Altri che si sentono in dovere di insegnare tante cose e “tra la testa ben fatta” e la testa piena” di cui parla già Montaigne (concetto che poi viene ripreso da Morin) preferiscono la “testa piena”… Molti hanno continuato a tenersi in contatto con me: per non sentirsi soli nel loro percorso.
Il riaprire il dibattito su questi temi, ne sono sicura, darebbe sicuramente dei frutti. Il guaio è che non se ne parla più…
DiarioLo ha fatto Pennac con "Diario di scuola, e spero che il suo libro venga letto da molti perché è davvero un libro importante che rimette finalmente di nuovo al centro il bambino che ha difficoltà. La nostra scuola attualmente non selezione neanche i migliori, ma solo i più forti. La fragilità è vista come un handicap.
Pennac parla di sé, della sua esperienza scolastica:
“Più di qualunque cosa, alcuni insegnanti mi rimproveravano l’allegria (era un bambino vivace che amava giocare). Oltre che negato, insolente. Il minimo della buona educazione, per un somaro, è essere discreto. Ma la vitalità era vitale per me, se così si può dire. Il gioco mi salvava dall’amarezza che provavo non appena ripiombavo nella mia vergogna solitaria. Mio Dio, la solitudine del somaro nella vergogna di non fare mai quello che è giusto!
(…) Ah unirmi ad una banda per la quale la scuola non avesse contato nulla, che sogno! Dove sta il fascino della banda? Nel potervisi dissolvere con la sensazione di affermarsi. Gran bella illusione (…) solo per poter fuggire quegli sguardi di adulto disprezzo.
(...) per molto tempo mi sono portato dentro i segni di quella vergogna”.

E ricorda a tutti gli insegnanti:
Ma guardiamoci bene dal sottovalutare l'unica cosa sulla quale possiamo agire personalmente e che risale alla notte dei tempi pedagogici: la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono.
Solo noi possiamo tirarlo fuori da quella prigione, formati o meno per farlo.
Gli insegnanti che mi hanno salvato  e che hanno fatto di me un insegnante  non erano formati per questo. Non si sono preoccupati delle origini della mia infermità scolastica. Non hanno perso tempo a cercarne le cause e tanto meno a farmi la predica. Erano adulti di fronte ad adolescenti in pericolo. Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati. Non ce l'hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora... Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri con me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita.
I nostri studenti che "vanno male" (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Diffìcile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo.

Ho citato alcune parti del libro, ma il libro è ricco, ricchissimo e ne leggeremo e commenteremo altre...
Vi invitiamo a leggere questo libro e, se volete, anche il mio (i diritti d'autore vanno ad un'associazione che si batte per i diritti dei portatori d'handicap)... Man mano che leggete, mandateci le vostre riflessioni via e-mail fuoriclasse@libero.it, noi le posteremo.
Sarebbe bello che nascesse una coscienza condivisa e che ognuno di noi se ne facesse portatore nelle proprie realtà: nelle scuole, tra genitori, tra studenti come ha già detto di fare Lavinia che invitiamo da subito a mandare le sue considerazioni, visto che è stata lei a sollecitarci... Grazie
Emilia
postato da Isola08 alle ore 15:03 | link | commenti (25)
categorie: quale scuola, la relazione educativa, riflettere sulla letteratura
venerdì, 21 marzo 2008

Tanti auguri a tutti...

Cespugli Gialli3Carissimi, il blog andrà un po' in vacanza. Un momento di pausa e di riflessione.
A tutti auguriamo buone feste e ringraziamo tutti quelli che hanno collaborato sia con i post sia con i loro preziosi commenti. Speriamo che continuerete a seguirci e a portare avanti questo blog.

Buona Pasqua
postato da Isola08 alle ore 17:39 | link | commenti (12)
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giovedì, 13 marzo 2008

LA SCUOLA: UN TERNO AL LOTTO

matematicaHo sempre avuto un approccio positivo con la scuola. Da genitore, intendo.

Non ho mai accettato che i bambini (ed i ragazzi) fossero vittime di due schieramenti, anche se devo riconoscere che, spesso, questi esistono: i genitori da una parte, gli insegnanti dall'altra. Ognuno ben arroccato sui propri preconcetti, convinto di sapere già tutto e di dover considerare l'altro "il nemico".

Che orrore.

In qualità di rappresentante di classe ho sempre cercato di mediare e, soprattutto, di capire.

Ho così compreso che il curricculum scolastico di mia figlia è semplicemente affidato alla fortuna: se questa ti sorride, avrai insegnanti quantomeno discreti; nel caso contrario, puoi solo metterti il cuore in pace, perchè non esiste possibilità di modificare la situazione.

I bravi insegnanti esistono e, nel percorso scolastico di Claudia, ne ho incontrati parecchi. Ma mi sono sembrati singoli individui che svolgevano il proprio lavoro con passione, soli in un mare di burocrazia ed anarchia.

Se è vero che ci sono genitori odiosi, che credono di avere la competenza ed il diritto di contestare ogni cosa, è però altrettanto vero che esistono insegnati, presidi e segretari scolastici che, forti del diritto di impunità a loro garantito, pensano di poter svolgere il proprio lavoro in base a criteri prettamente personali.

Così, nel caso di un insegnante che NON INSEGNA (3^ liceo linguistico, lingua straniera, 4 ore di lezione a settimana: dall'inizio dell'anno - 10 settembre - ad oggi - 01 marzo - l'argomento finora trattato è stato "l'imperativo"), ti verrà detto che, fortunatamente, si tratta di una supplente annuale e che, l'unica cosa che può fare la direzione è quella di cercare di non assegnarla ancora alla stessa classe l'anno successivo.
Così il danno sarebbe limitato. L'anno prossimo toccherà a qualcun altro.

C'è poi il segretario che, ciclicamente, quando gli viene chiesto di svolgere un determinato lavoro, annuncia che "Da domani si ammalerà per 15 giorni", o la segretaria che non ha voglia di prenotare il volo aereo dei ragazzi che devono andare in gita ed i genitori si ritrovano a dover pagare 180 euro anzichè 70! E non succede nulla. E' sempre tutto frutto della casualità.

A noi è capitato il preside che, anzichè fare il dirigente scolastico, quindi dirigere una scuola in tutti i suoi aspetti, potrebbe svolgere la professione di assistente sociale: degli studenti, degli insegnanti e dei segretari.

Sono convinta che comprensione e disponibilità debbano essere due doti che un dirigente, in qualsiasi ambito, debba avere, ma unite al senso di responsabilità ed alla capacità di prendere decisioni.

Di questa impunità i ragazzi si accorgono: bell'esempio che ricevono. Che tu faccia o meno, non ti succederà nulla.

Gli studenti sanno apprezzare gli insegnanti che li stimolano, che li fanno lavorare con continuità ed equità.
Non rispetteranno invece mai quelli che, per N motivi, non fanno il proprio dovere.

La scuola ha bisogno di una riforma, sicuramente complessa, che io non ho certo la competenza per poter abbozzare.

Però, sulla base dell'esperienza fin qui vissuta, vorrei tanto che questa prevedesse anche che gli insegnanti percepissero un'adeguata retribuzione, che svolgessero il proprio lavoro interamente a scuola (quello a casa è a discrezione ed affidato alla coscienza di ognuno), che "l'impunità" venisse abolita e che i dirigenti scolastici avessero le capacità per gestire la propria scuola e coordinarne le attività.

Per il bene dei nostri figli.

Scritto da zia Elena: qui il suo blog

postato da Isola08 alle ore 18:48 | link | commenti (23)
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martedì, 11 marzo 2008

2008 – ANNO EUROPEO DEL DIALOGO INTERCULTURALE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

PROGETTO PER LE SCUOLE:  UN MONDO DI FIABE

PROMOSSO DA:

Rosa Tiziana Bruno - SCRITTRICE

EDIGIO’ - CASA EDITRICE

Motivazioni del progetto:

 
Il 2008 è stato dichiarato anno del dialogo interculturale dall’Unione Europea. L’obiettivo è rafforzare il ruolo dell’istruzione come mezzo per la comprensione delle altre culture.

Il progetto UN MONDO DI FIABE si inserisce proprio in questo ambito. Si propone di favorire lo scambio e costruire un “ponte” tra culture diverse attraverso le parole del racconto, coinvolgendo le scuole e i genitori.

La fiaba è uno strumento pedagogico capace di creare punti di incontro. Consente di entrare per un momento nella vita quotidiana di un villaggio, di un popolo. Aiuta a scoprire le caratteristiche e le differenze che connotano un gruppo, un paese, un modo di vivere. Ha il potere di congiungere trasversalmente le culture e, nello stesso tempo, di raccontarne le specificità. Infine fa emergere il mondo interiore del bambino aiutandolo a trovare un significato alla vita. Questo perché riconduce ogni volta alle scoperte essenziali sulla condizione umana: amicizia e amore, vita e morte, paura e desiderio.

La narrazione nelle scuole può prevenire la perdita dei racconti nell’immigrazione, contribuisce infatti a passare e a mantenere i riferimenti culturali, a ritrovare e vivificare le “radici” che definiscono la storia familiare e collettiva, a rinsaldare i legami tra le generazioni. L’esperienza del racconto di fiabe, favole, filastrocche, ninne nanne… accomuna genitori italiani e stranieri ed ha a che fare con gli aspetti salienti del rapporto tra le generazioni, legati alla memoria e all’appartenenza, con la trasmissione educativa dagli adulti ai più piccoli e con la costruzione dell’identità. Attraverso il racconto passano inoltre informazioni sul mondo e sugli eventi cruciali della vita e può avvenire lo scambio fra immaginari diversi, rintracciando in ogni storia le differenze, ma soprattutto le innumerevoli analogie e corrispondenze.

Le storie infatti hanno attraversato il mondo, colorandosi di scenari diversi, ma hanno mantenuto spesso una sorprendente uniformità nei personaggi, negli eventi cruciali, nelle situazioni che si presentano simili anche se collocate in paesi differenti. Raccontare storie di paesi lontani può arricchire l’immaginario di tutti i bambini di nuovi personaggi, fantasie, informazioni sul mondo. Nella narrazione si possono coinvolgere (eventualmente) anche i genitori immigrati per dare loro la possibilità di rievocare e scambiare storie e racconti.

Il tema della narrazione, infatti, può favorire le possibilità di scambio e di incontro tra adulti e bambini, tra le madri autoctonee e le madri immigrate, tra insegnanti e alunni.

La fiaba diventa “ponte” fra culture, ossia uno strumento per fornire opportunità di conoscenza, di avvicinamento, di arricchimento e di scambio. In essa i ragazzi devono poter trovare nuovi strumenti per capire e “leggere” la società attuale e per avvicinare culture che non sono più lontane, non solo, ma nella fiaba ciascuno, e quindi anche i ragazzi stranieri, può ritrovare “pezzi” di sé, della propria storia, della propria appartenenza. Incontrare una pluralità di linguaggi, di stili, di alfabeti …

E’ chiaro che la convivenza fra culture diverse è cosa tutt’altro che facile e non si tratta di volere a tutti i costi semplificare, senza affrontare i reali problemi che porta con sé una società multiculturale, ma, piuttosto, di accrescere la disponibilità verso l’altro, utilizzando come strumento privilegiato la conoscenza. Solo se conosco, imparo ad avere meno paura di chi è diverso da me e comprendo che, oltre a grosse differenze, tra noi esistono anche degli elementi comuni che possono in qualche modo avvicinarci.

In quest’ottica la scuola, proprio come luogo privilegiato di incontro, può guidare i ragazzi in un cammino per conoscere mondi e persone, culture e tradizioni “altre” a partire dalla valorizzazione dell’individualità di ciascuno, nella considerazione che la diversità è anche e soprattutto portatrice di valori positivi.

 Obiettivi:

Sviluppare percorsi linguistici interculturali, relativi alla lettura ed all’analisi di testi fiabeschi per conoscere nuovi mondi e nuove culture

Sviluppare percorsi storici interculturali, esaminando i diversi punti di vista rispetto allo stesso evento e ricercando i motivi di tale diversità

Sviluppare percorsi geografici interculturali, identificando somiglianze e differenze fra paesi lontani e  analizzando il mondo e la sua rappresentazione cartografica secondo diversi punti di vista

Scoprire le caratteristiche principali delle religioni più diffuse nel mondo, individuandone elementi comuni

Sviluppare percorsi matematici interculturali, mirati al confronto, nelle varie culture, di elementi quali il numero, la matematica, la geometria, il baratto, le monete, i mercati, l’economia …

Sviluppare percorsi scientifici interculturali, rivolti alla scoperta del rapporto biunivoco uomo/ambiente ed alla conoscenza dei diversi ambienti naturali

Sviluppare percorsi interculturali di educazione motoria, per imparare giochi di paesi diversi e conoscere, attraverso l’esperienza ludica, aspetti di culture diverse

Sviluppare percorsi interculturali di educazione all’immagine, per conoscere gli elementi artistico-figurativi di altre cultura

Risultati attesi:

Modificazione di atteggiamenti, soprattutto per quanto riguarda il superamento di stereotipi e la comprensione dei fenomeni migratori

Accrescere la disponibilità all’accoglienza ed alla convivenza democratica

Stimolare atteggiamenti positivi e di curiosità verso l’altro e le culture altre

Superare gli atteggiamenti compassionevoli e/o  folcrorici rispetto ai paesi lontani

Capacità di assumere il punto di vista di qualcuno riconosciuto come “diverso”, ponendosi di fronte alla diversità dell’altro con disponibilità ed apertura

Le fasi del progetto:

I fase - La raccolta delle storie marzo 2008 – aprile 2008

Raccolta delle storie e delle narrazioni, attraverso una ricerca approfondita. Le narrazioni saranno trascritte in italiano e in lingua d’origine.

II fase - L’illustrazione delle storie maggio 2008.

I testi narrativi, da mettere a disposizione di tutti i bambini, saranno contenuti in un libro plurilingue illustrato, che verrà distribuito alle scuole, ai servizi educativi per l’infanzia, agli operatori, genitori, educatori (gratuitamente).

III fase - L’animazione delle storie da maggio a novembre 2008

Nella terza fase del progetto verrà diffuso il testo plurilingue e si promuoverà la lettura ed eventualmente la messa in scena delle fiabe da parte dei bambini nelle scuole, nei servizi educativi per l’infanzia, nei campi estivi, nei centri-gioco.

(Nel periodo estivo si possono organizzare giornate di narrazione all’aperto, in campi-scuola)

Suggerimenti metodologici per favorire un clima adatto alla narrazione:

Creare, se possibile, momenti di incontro con gruppi di genitori e invogliare la narrazione, ponendo domande /stimolo, quali:

- quali sono i personaggi che fanno paura ai bambini ?

- ricordi una storia?

- quali sono gli animali più popolari nelle fiabe del tuo paese?

- ricordi una ninna nanna per far addormentare il bambino?

- ricordi una filastrocca, uno scioglilingua?

postato da Isola08 alle ore 15:32 | link | commenti (7)
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sabato, 08 marzo 2008

8 marzo

Eccola di nuovo qui, questa gionata odiata e amata al tempo stesso.
Odiata perché di un momento di riflessione sulla condizione femminile è stato fatto un vuoto simulacro consumistico.
Amata perché in giornate come questa noi donne magari ci sentiamo più solidali, più complici, rammentando le cose che sono state cambiate e migliorate; più agguerrite, più determinate, pensando alle tante che ancora devono cambiare e migliorare.
Da donna a donna, cominciamo aiutando le nostre piccole, figlie, alunne, nipotine che siano, a resistere ai pericolosi e vuoti richiami della pubblicità e della bellezza a tutti i costi.
Mostriamo loro che una donna ha cuore, cervello e energie per essere rispettata e apprezzata nella famiglia, nel lavoro, nella scuola.
Ma dedichiamo anche un pensiero grato a quegli uomini, mariti, compagni, fidanzati, colleghi, superiori, che ci apprezzano, ci stimano, ci sostengono tutti i giorni, non in una sola giornata di comodo.
Loro non ci offriranno di certo il solito rametto di mimosa e noi gliene siamo grate.
Circola sul web una storiella che non mi piace proprio molto, sa di confezionato ad hoc, ma in fondo in fondo non è così male, se reputiamo sincero chi possa averla ideata.
Ve la riporto come augurio per tutte noi, grandi e piccole, perché l'8 marzo non sia un giorno, ma tutti i giorni.

Annarita


Quando Dio creò la donna era già al suo sesto giorno di lavoro, dopo aver fatto pure gli straordinari.
 Apparve un angelo e gli chiese:'Come mai ci metti tanto?"
Il Signore rispose: 'Hai visto il mio Progetto per lei? Deve essere completamente lavabile, però non deve essere di plastica, avere più di 200 parti movibili ed essere capace di funzionare con una dieta di qualsiasi cosa avanzi, avere un grembo che possa accogliere quattro bimbi contemporaneamente, avere un bacio che possa curare da un ginocchio sbucciato ad un cuore spezzato e lo farà tutto con solamente due mani.'
L´angelo si meravigliò dei requisiti. 'Solamente due mani....Impossibile!' E questo è il modello base? E´ troppo lavoro per un giorno....Aspetta fino a domani per terminarla.'
 'No,  lo farò adesso!' protestò il Signore. 'Sono tanto vicino a terminare questa creazione che ci sto mettendo tutto il mio cuore...Lei si cura da sola quando è ammalata e può lavorare 18 ore al giorno.'
L´angelo si avvicinò di più e toccò la donna. 'Però l´hai fatta così delicata, Signore'
'E´ delicata, ribatté Dio, però l´ho fatta anche robusta. Non hai idea di quello che è capace di sopportare o ottenere'
 'Sarà capace di pensare?' chiese l´angelo.
Dio rispose: 'Non solo sarà capace di pensare, ma pure di ragionare e di trattare'
L´angelo allora notò qualcosa e allungando la mano toccò la guancia della donna... 'Signore, pare che questo modello abbia una perdita...'
'Ti avevo detto che stavo cercando di mettere in lei moltissime cose... non c´è nessuna perdita... è una lacrima' lo corresse il Signore.
'A che cosa serve una lacrima?' chiese l´angelo.
E Dio disse:  'Le lacrime sono il suo modo di esprimere la sua gioia, la sua pena, il suo disinganno, il suo amore, la sua solitudine, la sua sofferenza, e il suo orgoglio.'
Ciò impressionò molto l´angelo. 'Sei in genio, Signore, hai pensato a tutto. La donna è veramente meravigliosa'
'Lo è! Le donne hanno energie che meravigliano gli uomini. Affrontano difficoltà, reggono gravi pesi, però hanno felicità, amore e gioia. Sorridono quando vorrebbero gridare, cantano quando vorrebbero piangere, piangono quando sono felici e ridono quando sono nervose.  Lottano per ciò in cui credono. Si ribellano all´ingiustizia. Non accettano un 'no' per risposta quando credono che ci sia una soluzione migliore. Si privano per mantenere in piedi la famiglia. Vanno dal medico con un´amica timorosa. Amano incondizionatamente. Piangono quando i loro figli hanno successo e si rallegrano per le fortune dei loro amici. Sono felici quando sentono parlare di un battesimo o un matrimonio.  Il loro cuore si spezza quando muore un´amica. Soffrono per la perdita di una persona cara. Senza dubbio sono forti quando pensano di non avere più energie. Sanno che un bacio e un abbraccio possono aiutare a curare un cuore spezzato. Non ci sono dubbi però... nella donna c´è un difetto: si dimentica quanto vale.'

gatto mimosaL'immagine viene da qui

Continuate a leggere il post segunete: una storia vera....
postato da annaritav alle ore 16:34 | link | commenti (16)
categorie: anniversari, riflessione
sabato, 08 marzo 2008

Una storia vera

DisperazioneOggi giornata della donna. voglio raccontarvi la storia di una ragazza che ha subito violenza ed abuso nella sua famiglia: una delle tante della nostra società, in cui si preferisce vedere il nemico fuori di noi, e non ci vogliamo accorgere che chi è violentato ci è a volte molto vicino. E' la storia di Carla, una mia carissima allieva, che ancora oggi incontro e che mi ha detto ultimamente. "Di' agli insegnanti che non è vero che voi non potete fare nulla, se io non avessi incontrato te, in quel periodo non so come avrei fatto. Non mi hai salvato la vita tu, sei stata un gancio che mi ha aiutato a trovare dopo un altro gancio...". Eppure vi assicuro ho fatto molto poco.


Carla era una ragazza diligente, amava la scuola e lo studio, era gentile ed educata. Vestiva sempre di nero e arrivava costantemente in ritardo. Qualcuno dei miei colleghi, per questa mancanza, voleva abbassarle la valutazione senza interrogarsi sui motivi di questa negligenza. Poi un giorno, sentendo una compagna parlare dei suoi problemi in famiglia, improvvisamente Carla esclama: «Anch’io non sto bene a casa mia, anch’io ho bisogno di aiuto», ma non andò oltre. Io e i compagni non potemmo far altro che starle vicino. Non era pronta a svelare un segreto che era rimasto seppellito dentro di lei per tanto tempo. Solo dopo quasi un anno venne fuori la verità: suo padre picchiava sua madre, lei e sua sorella selvaggiamente quando era ubriaco. Poi abusava prima della sorella poi di lei. Veniva a scuola tutti i giorni come se nulla fosse successo. Copriva i suoi lividi sotto il nero dei suoi vestiti.

L’anno dopo, però, la sorella più grande denuncia il padre al tribunale. È l’inizio di un nuovo calvario. Carla viene allontanata da casa e inserita in una comunità quando inizia la scuola superiore. Comincia ad andare male. Nessun insegnante, pur al corrente della situazione, cerca di avvicinarla, di farle sentire una presenza amica. I compagni la escludono dal gruppo perché non appartiene al loro ceto sociale e vive in una comunità. Questo per loro è già una colpa. Ne va del buon nome del liceo frequentato da quasi tutti “figli di professionisti” (è il preside a dire queste parole).

Un giorno Carla si è fatta viva con me e mi ha raccontato tutto. Non mi guardava negli occhi e piangeva. Un pianto silenzioso. Le parole uscivano a stento, ma chiare. Il tono era di chi non riusciva a provare odio. Non odio per il padre, non odio per la madre che non si era opposta e che si era chiusa nel mutismo. «Non pensa più a nessuno – mi diceva – neanche a me. Vado a trovarla, ma è come rivolgersi ad un muro. In comunità non sto bene, ho capito però che c’è tanto dolore nelle ragazze che vivono lì e qualcuno soffre molto più di me».

Mi dice che non vuole più andare a scuola. Le ricordo che a lei piace studiare. Sì, mi risponde cupa, ma non amo quella scuola. E nella sua voce trapela risentimento. La scuola aveva rappresentato per lei l’unica speranza di riscatto, si sentiva tradita. Non si respira l’aria delle medie, se chi studia è così, meglio andare a lavorare. Le chiedo di non mollare. Vedrò, mi risponde… «Non è facile – mi dice – vivere e lottare con questo dolore che si prova quando ti senti crollare il mondo addosso; ho voglia di chiudermi, adesso ho solo paura della vita».

La lascio parlare, non cerco di consolarla. So che dovrà trovare in se stessa il coraggio, ma ci vuole tempo. Quando mi saluta sembra più tranquilla. Provo a dirle di parlare ai suoi insegnanti. Tanto non capiscono nulla, mi ribatte, non ne vale la pena. Accetta di finire almeno l’anno e di provare a rimettersi in carreggiata.

Sarebbe venuta con me a studiare per non sentirsi sola. L’ho aiutata allora a rimediare le materie in cui era insufficiente. Ha studiato con me per due settimane, ce l’aveva fatta, i voti erano risaliti, ma non è tornata ugualmente indietro sulle sue decisioni: ha abbandonato il liceo classico che tanto aveva sognato di frequentare. Quello che per lei era stato importante, era dimostrare che non erano le difficoltà di apprendimento a farle abbandonare la scuola, ma l’atteggiamento degli insegnanti e del  preside.

Parlo con l’assistente sociale che si prende cura di lei con amore. «Carla ha ragione», mi dice, «in quella scuola non capiscono nulla, non hanno nessun sentimento. Abbiamo parlato con tutti, ma hanno avuto il coraggio di dirmi che una ragazza come lei non ce la può fare, non è l’ambiente per lei… è una scuola troppo ben frequentata! Il confronto con le altre ragazze la farebbe soffrire, ci hanno detto. Scuse per liberarsi del problema, solo scuse». È arrabbiata e io lo sono con lei. Ma non possiamo far nulla. Vorremmo denunciare la scuola, ma a farne le spese sarebbe di nuovo Carla: di nuovo i riflettori su di lei, non sarebbe in grado di reggere, meglio trovare una scuola più accogliente. Ho incontrato Carla qualche anno dopo. Ha finito felicemente la scuola superiore e sogna di fare l’università, ma ora vive sola e si deve mantenere quindi lavora tutto il giorno. «Non ho comunque smesso di leggere - mi dice -. Questa passione mi è rimasta, nonostante abbiano fatto di tutto per farmela passare».

Sono contenta che, nonostante i traumi subiti da bambina, oggi conduca una vita normale. Mi sembra comunque profondamente ingiusto che la vita debba colpire così duramente certi ragazzi e la società non sappia aiutarli in tutti i modi. Carla meritava di fare l’università, di continuare gli studi proprio perché questa era la strada che lei avrebbe scelto per se stessa se ne avesse avuto la possibilità. Mi chiedo come si fa a sentirsi insegnanti a pieno titolo se non si riesce neanche a valorizzare chi mette tanta passione in quello che fa, nonostante le vicende tristi della vita, come si possa passare sopra a quelle tragedie famigliari che spesso sono alle spalle dei nostri ragazzi, pur essendone a conoscenza. Come possiamo dire che non ci riguarda?. Forse c’è una concezione della cultura senza anima che domina ancora nei licei “più prestigiosi”, una cultura che è puro esercizio della mente, che non raggiunge il cuore degli allievi e degli insegnanti. Non è quello che io ho cercato nei libri.

Insegnamo ai ragazzi ad avere rispetto per le ragazze, parliamo con loro del rapporto donna-uomo, leggiamo libri cheli aiutino a comprendere...

Scritto da Emilia dal libro "Star bene a scuola si può?

postato da Isola08 alle ore 13:43 | link | commenti (23)
categorie: testimonianze, quale scuola, adolescenza e suoi problemi
lunedì, 03 marzo 2008

Bocciature annunciate...

AlunnaRicordo di aver sentito pronunciare il primo giorno di scuola da una collega una frase significativa: «Scommettete! Io so già chi sarà bocciato alla fine dell’anno!».
E di bocciature annunciate ne potremmo raccontare tante, perché come dice questa insegnante, chi non è “attrezzato”, chi non ha gli strumenti o come vengono chiamati “i prerequisiti per…”, chi non ce la fa ad un certo punto a reggere il carico di un apprendimento senza aiuto e senza soste, è bollato e la parola “bocciato” rende bene l’idea anche se con molta più ipocrisia oggi l’abbiamo sostituita con “non ammesso alla classe successiva”.

Non bisogna essere dei grandi indovini. Se le richieste che facciamo, le metodologie che usiamo sono sempre le stesse, la previsione può essere semplice. Atteggiamento ben diverso è se accettiamo la sfida di riuscire a modificare un percorso che sembra già segnato e prestabilito. Se prendiamo sul serio l’insuccesso scolastico, ma non come prova che un bambino non è adatto alla scuola, non per svalutarlo, ma per capire come mai il suo processo di apprendimento si è bloccato. La bravura di un insegnante non si misura sui ragazzi che sono già bravi in partenza, ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri credono già segnato.
Dicendo a un bambino che gli mancano le capacità, lo si priva della fiducia in se stesso e davvero lo si condanna all’insuccesso. I bambini possono entrare in una classe dove già tutto è predisposto dai programmi e da come i professori o i maestri intendono svolgerlo. Si presentano a noi con la loro intelligenza che può essere adatta o no ad apprendere il programma, a essere disciplinata. Tutto il resto passa sotto i nostri occhi come ci fosse estraneo e non ci riguardasse. Non ci sentiamo chiamati in causa perché il nostro compito è insegnar loro la matematica, la grammatica. I loro problemi non rientrano nei nostri compiti.

Se, invece, siamo curiosi di conoscerlo per aiutarlo ad uscire da quelle difficoltà in cui si sente intrappolato, se avremo quella curiosità che Bencivenga definisce «appassionata e affettuosa con cui si portano in luce i segreti di una persona cara; non quella tirannica e sterile con cui ci si appropria di un inutile dato statistico», se parleremo con lui per capire cosa gli sta capitando, se dimostriamo interesse sincero per lui così com’è, forse può iniziare un cammino.
Ci sono due scuole davanti a noi: quella in cui i programmi si plasmano sugli alunni o viceversa quella in cui sono gli alunni che devono plasmarsi sui programmi. Una scuola dove il problema, la difficoltà del ragazzo diventano un momento di ricerca per trovare soluzioni e strategie o un’altra in cui la difficoltà è stigmatizzata da un voto negativo o da una sanzione.
«Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarre un maggiore profitto se possono confidare nel fatto che al loro fianco ci siano più persone fidate che verranno in loro aiuto in caso di difficoltà». Così ci ammonisce John Bowbly. Noi adulti, chi siamo?

Scritto da Emilia

postato da Isola08 alle ore 23:18 | link | commenti (16)
categorie: quale scuola

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