Oggi giornata della donna. voglio raccontarvi la storia di una ragazza che ha subito violenza ed abuso nella sua famiglia: una delle tante della nostra società, in cui si preferisce vedere il nemico fuori di noi, e non ci vogliamo accorgere che chi è violentato ci è a volte molto vicino. E' la storia di Carla, una mia carissima allieva, che ancora oggi incontro e che mi ha detto ultimamente. "Di' agli insegnanti che non è vero che voi non potete fare nulla, se io non avessi incontrato te, in quel periodo non so come avrei fatto. Non mi hai salvato la vita tu, sei stata un gancio che mi ha aiutato a trovare dopo un altro gancio...". Eppure vi assicuro ho fatto molto poco.
Carla era una ragazza diligente, amava la scuola e lo studio, era gentile ed educata. Vestiva sempre di nero e arrivava costantemente in ritardo. Qualcuno dei miei colleghi, per questa mancanza, voleva abbassarle la valutazione senza interrogarsi sui motivi di questa negligenza. Poi un giorno, sentendo una compagna parlare dei suoi problemi in famiglia, improvvisamente Carla esclama: «Anch’io non sto bene a casa mia, anch’io ho bisogno di aiuto», ma non andò oltre. Io e i compagni non potemmo far altro che starle vicino. Non era pronta a svelare un segreto che era rimasto seppellito dentro di lei per tanto tempo. Solo dopo quasi un anno venne fuori la verità: suo padre picchiava sua madre, lei e sua sorella selvaggiamente quando era ubriaco. Poi abusava prima della sorella poi di lei. Veniva a scuola tutti i giorni come se nulla fosse successo. Copriva i suoi lividi sotto il nero dei suoi vestiti.
L’anno dopo, però, la sorella più grande denuncia il padre al tribunale. È l’inizio di un nuovo calvario. Carla viene allontanata da casa e inserita in una comunità quando inizia la scuola superiore. Comincia ad andare male. Nessun insegnante, pur al corrente della situazione, cerca di avvicinarla, di farle sentire una presenza amica. I compagni la escludono dal gruppo perché non appartiene al loro ceto sociale e vive in una comunità. Questo per loro è già una colpa. Ne va del buon nome del liceo frequentato da quasi tutti “figli di professionisti” (è il preside a dire queste parole).
Un giorno Carla si è fatta viva con me e mi ha raccontato tutto. Non mi guardava negli occhi e piangeva. Un pianto silenzioso. Le parole uscivano a stento, ma chiare. Il tono era di chi non riusciva a provare odio. Non odio per il padre, non odio per la madre che non si era opposta e che si era chiusa nel mutismo. «Non pensa più a nessuno – mi diceva – neanche a me. Vado a trovarla, ma è come rivolgersi ad un muro. In comunità non sto bene, ho capito però che c’è tanto dolore nelle ragazze che vivono lì e qualcuno soffre molto più di me».
Mi dice che non vuole più andare a scuola. Le ricordo che a lei piace studiare. Sì, mi risponde cupa, ma non amo quella scuola. E nella sua voce trapela risentimento. La scuola aveva rappresentato per lei l’unica speranza di riscatto, si sentiva tradita. Non si respira l’aria delle medie, se chi studia è così, meglio andare a lavorare. Le chiedo di non mollare. Vedrò, mi risponde… «Non è facile – mi dice – vivere e lottare con questo dolore che si prova quando ti senti crollare il mondo addosso; ho voglia di chiudermi, adesso ho solo paura della vita».
La lascio parlare, non cerco di consolarla. So che dovrà trovare in se stessa il coraggio, ma ci vuole tempo. Quando mi saluta sembra più tranquilla. Provo a dirle di parlare ai suoi insegnanti. Tanto non capiscono nulla, mi ribatte, non ne vale la pena. Accetta di finire almeno l’anno e di provare a rimettersi in carreggiata.
Sarebbe venuta con me a studiare per non sentirsi sola. L’ho aiutata allora a rimediare le materie in cui era insufficiente. Ha studiato con me per due settimane, ce l’aveva fatta, i voti erano risaliti, ma non è tornata ugualmente indietro sulle sue decisioni: ha abbandonato il liceo classico che tanto aveva sognato di frequentare. Quello che per lei era stato importante, era dimostrare che non erano le difficoltà di apprendimento a farle abbandonare la scuola, ma l’atteggiamento degli insegnanti e del preside.
Parlo con l’assistente sociale che si prende cura di lei con amore. «Carla ha ragione», mi dice, «in quella scuola non capiscono nulla, non hanno nessun sentimento. Abbiamo parlato con tutti, ma hanno avuto il coraggio di dirmi che una ragazza come lei non ce la può fare, non è l’ambiente per lei… è una scuola troppo ben frequentata! Il confronto con le altre ragazze la farebbe soffrire, ci hanno detto. Scuse per liberarsi del problema, solo scuse». È arrabbiata e io lo sono con lei. Ma non possiamo far nulla. Vorremmo denunciare la scuola, ma a farne le spese sarebbe di nuovo Carla: di nuovo i riflettori su di lei, non sarebbe in grado di reggere, meglio trovare una scuola più accogliente. Ho incontrato Carla qualche anno dopo. Ha finito felicemente la scuola superiore e sogna di fare l’università, ma ora vive sola e si deve mantenere quindi lavora tutto il giorno. «Non ho comunque smesso di leggere - mi dice -. Questa passione mi è rimasta, nonostante abbiano fatto di tutto per farmela passare».
Sono contenta che, nonostante i traumi subiti da bambina, oggi conduca una vita normale. Mi sembra comunque profondamente ingiusto che la vita debba colpire così duramente certi ragazzi e la società non sappia aiutarli in tutti i modi. Carla meritava di fare l’università, di continuare gli studi proprio perché questa era la strada che lei avrebbe scelto per se stessa se ne avesse avuto la possibilità. Mi chiedo come si fa a sentirsi insegnanti a pieno titolo se non si riesce neanche a valorizzare chi mette tanta passione in quello che fa, nonostante le vicende tristi della vita, come si possa passare sopra a quelle tragedie famigliari che spesso sono alle spalle dei nostri ragazzi, pur essendone a conoscenza. Come possiamo dire che non ci riguarda?. Forse c’è una concezione della cultura senza anima che domina ancora nei licei “più prestigiosi”, una cultura che è puro esercizio della mente, che non raggiunge il cuore degli allievi e degli insegnanti. Non è quello che io ho cercato nei libri.
Insegnamo ai ragazzi ad avere rispetto per le ragazze, parliamo con loro del rapporto donna-uomo, leggiamo libri cheli aiutino a comprendere...
I ragazzi hanno bisogno di avere spazi in cui parlar di sè, di raccontarsi, di far venire fuori in modo semplice e sereno i propri pensieri, hanno bisogno di condividerli e di discuterli con gli altri. La scuola è anche questo... Ed è sbagliato chi pensa che si perda tempo: semplicemente in questo modo i ragazzi imparano che la scuola non è estranea alla loro esistenza, ha rispetto di loro ed è interessata a condividere insieme un pezzo di vita.
Caro diario
ho capito che non mi conosco fino in fondo. In generale non so cosa scrivere quando devo parlare di me, non riesco a descrivermi perché non ho mai riflettuto sulla domanda “Chi sono io?” Ora che ci penso mi rendo conto che per vivere veramente bisogna capire chi si è . Quando lo capisci, capisci anche i tuoi limiti e puoi anche renderti conto di ciò che puoi dare a chi ti sta vicino.
Però qualcosa ho capito di me: io voglio apparire in alcuni casi quello che non sono, lo faccio perché ho paura di non essere accettato. Io mostro di me solo le cose che voglio mostrare: anche se probabilmente è una cosa sbagliata io non riesco ad evitarla . Ho paura che se mi espongo troppo uno potrebbe ferirmi dove fa più male .
In questo modo però mi sento insicuro di me stesso. Se uno mi coglie di sorpresa potrebbe vedere che dietro alla maschera c’è un bambino con il dito in bocca. A me questo mondo fa paura, ho paura che se cadessi e nessuno venisse ad aiutarmi, non riuscirei a rialzarmi. Io mi sono reso conto che ho dei comportamenti da egoista: quando S. che è mio amico sta con qualcun altro io vado in crisi pensando che lui non mi parla più e non è più mio amico. Lo so è strano, ma è così. Io vivo nel terrore di essere lasciato da solo.
Il post è stato scritto da Maria
Regola n. 1 I ragazzi sono come un fiume che scende a valle, segue la via che vuole, che può: non influire sulle scelte scolastiche dei propri figli;
Regola n. 2 Quando un figlio si lamenta in casa del trattamento che riceve a scuola, evitare di dire: la prossima volta dillo a me che ci penso io!
Regola n. 3 Evitare di fare i compiti con i propri figli e studiare al loro posto, mentre scrivono messaggini col cell;
Regola n. 4 Evitare di consolarli quando ricevono un rimprovero da un Insegnante. Dire loro che nella vita le ingiustizie e le false accuse sono parte della vita e che bisogna anche accettarle;
Regola n. 5 I nostri figli non sono un mezzo per la nostra realizzazione;
Regola n.6 Mostrare il più possibile di condividere le finalità e le scelte degli Insegnanti, non criticarli in presenza dei ragazzi;
Regola n. 7 Non caricare i ragazzi di responsabilità e attese sociali in merito ai risultati scolastici;
Regola n. 8 Nella vita di tutti ci sono delle priorità. Avere ben chiaro, a se stessi, se desideriamo un figlio/a rispettoso, educato, gentile, serio, sereno; oppure un figlio/a furbo che ci sa fare e scavalca tutto e tutti;
Regola n.9 Amare e voler bene ai propri figli a prescindere dai risultati scolastici, privilegiando il comportamento corretto, piuttosto che il voto in questa o quella materia;
Regola n. 10 Il bene dei propri figli è strettamente legato al bene dei suoi compagni e frequentatori.
Scritto da Zorba.
Mayra G Louis A quale prezzo psicologico si ottiene un “bravo bambino-adolescente”?
La scuola, nella biografia di ognuno, è tra i primi luoghi della socialità.
Il luogo dell’incontro/scontro col mondo, dell’esperienza di gruppo, della costruzione del senso di appartenenza.
Ciò che ruota attorno al bisogno di sentirsi riconosciuti dal gruppo, di ritagliarsi un ruolo, e all’istinto di preservare le proprie specificità individuali, si scontra continuamente con la questione della “civile convivenza”. È un affare delicato nel processo di crescita.
Perché ognuno di noi ha dovuto fare i conti con i propri impulsi e ha dovuto accettare dei compromessi per raggiungere un equilibrio tra interessi collettivi e bisogni individuali, con momenti in cui una sana trasgressione o anche una decisa “cattiveria” sono diventate l’emergente del nostro agire.
Un aspetto sociale, cui sono vittime gli adolescenti, è la depressione/isolamento.
Nella fase di non adulti e non bambini si sentono attraversati da emozioni e sentimenti che spesso li mettono in subbuglio.
Si sentono divorati e sopraffati dal senso di frustrazione, di non accettazione, dal “non essere orgogliosi di sé” o esclusi da contesti sociali che li condizionano fino all’ emancipazione/isolamento, classificati come “diversi”, ovvero non omologati.
Frustrazioni ed insofferenze diventano tabù che non trovano ascolto, né nel mondo dei pari, né in quello dei professori, né in quello affettivo genitoriale.
Prevale così il senso di smarrimento, la voglia di sparire, di farla finita, perché è impossibile reggere/gestire il confronto con il mondo.
Da qui nasce la ricerca di significati ed il senso di emozioni inascoltate che non devono essere dimenticate, annullate nell’oblio della nostra società. Tracce di vite spezzate , incomprese che hanno urlato con la “morte” il proprio grido emotivo di malessere.
Una rete di significati che a noi spetta di essere decifrata e sciolta di ogni dilemma, affinché non si moltiplichino e si ripetino gli eventi.
Nella Scuola, in realtà, viene trasformata la naturale e spontanea sete di conoscenza in sistematica noia e ripetitivi rituali fondati proprio sulla supponenza gerarchica di trasmissione del sapere da un insieme di persone deputate a dare risposte senza che alcuna domanda sia stata posta.
In questa istituzione si è realizzata pienamente la distruzione di ogni vera individualità e soggettività a favore di una dichiarata e compiuta oggettività, annichilendo in questo modo la ragione stessa della conoscenza che presuppone una relazione dialogica degli attori del processo cognitivo.
Nel momento in cui essa sembra realizzare e compiere la sua missione di formazione agli ideali della democrazia e della partecipazione, in realtà allontana, in maniera irreversibile, l’individuo dall’autonomia e dalla libertà.
E’ stato dimostrato, infatti, che la grande importanza e i massicci investimenti che lo Stato effettua nell’ambito dell’istruzione di un paese, sarebbero stati una necessità strumentale delle politiche di espansione del capitalismo.
La scuola, così, non sfugge alla logica della globalizzazione e alla cultura dell’apparire e del successo. Anzi, ne diventa, avendo inglobato la logica e il linguaggio dell’economia, essa stessa promotrice.
Non a caso sempre più si è sostituita la parola uomo con risorsa umana e/o capitale umano.
In questo quadro l’informazione ha sostituito la conoscenza,l’accumulo di nozioni e di metodologie ha sradicato da ogni contesto scolastico il piacere della ricerca, della riflessione, vale a dire la saggezza che è frutto di passione e meditazione. Alice Miller, psicoterapeuta svizzera, ha svelato in maniera ineccepibile i raffinati metodi di persuasione occulta che la nostra società occidentale ha messo in atto per piegare le naturali caratteristiche di ogni bambino per indurlo sempre più ad identificarsi con il progetto educativo dell’adulto.
Quest’opera sistematica di repressione produce adulti incapaci poi di reagire alle ingiustizie sociali e accondiscendenti anche verso le forme più violente del dominio.
Questa ‘pedagogia nera’ di cui è impregnata l’educazione familiare, scolastica e sociale, serve a formare personalità che a loro volta sapranno ripetere e rinnovare la logica intrinseca della repressione e del dominio con il risultato di costruire una società fondata sulla convinzione della ineluttabilità di questi principi e valori.
Tutto l’impianto educativo che caratterizza la scuola è finalizzato proprio a ciò, alla preoccupazione del dover essere di ogni persona. Anche Zigmunt Barman, sociologo britannico dell’inizio del ‘900, sostiene fortemente: “Gli esseri umani postmoderni devono dunque essere capaci non tanto di portare alla luce una logica occulta nell’accumulo di eventi, o gli schemi che si celano in ammassi casuali di punti colorati, quanto di disfare da un momento all’altro i propri modelli mentali e strappare, con un solo rapido balzo della mente, le ragnatele più elaborate; in breve, di maneggiare la propria esperienza allo stesso modo in cui un bambino gioca col caleidoscopio che ha trovato sotto l’albero di Natale.
“Il successo nella vita di uomini e donne dipende dalla velocità con cui riescono a sbarazzarsi di vecchie abitudini piuttosto che da quella con cui ne acquisiscono di nuove.”
La cosa migliore è non preoccuparsi di costruire modelli; il tipo di abitudine acquisito con l’apprendimento terziario, infatti, consiste nel fare a meno delle abitudini.
Di fatti oggi, l’ ’apprendimento, è solo quello acquisito per via simbolico ricostruttiva mentre, quello che deriva dall’esperienza diretta e dalla ricerca empirica viene sistematicamente escluso da ogni aula Scolastica.
Questo significa creare un contesto che stia dalla parte dei ragazzi e non da quello delle attese degli adulti.
Interroghiamoci veramente sul senso profondo e autentico del nostroessere piuttosto che sul nostro divenire.