L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
domenica, 01 giugno 2008

L'ospite inquietante di Umberto Galimberti

Galimberti“Alla base della demotivazione scolastica esiste quella tendenza all'oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti.

Siccome la quantità è misurabile con il calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche. Libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione; più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.

Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d'abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”. (…)

 “Manca un'educazione emotiva: dapprima in famiglia, dove i giovanissimi trascorrono il loro tempo in quella tranquilla solitudine con le chiavi di casa in tasca e la televisione come baby-sitter, e poi a scuola quando, sotto gli occhi molto spesso appannati dei loro professori, ascoltano parole inincidenti, che fanno riferimento a una cultura troppo lontana da ciò che la televisione ha loro offerto come base di reazione emozionale. E così la loro sensibilità fragile, introversa e indolente, che la scuola si guarda bene di educare, tracolla in quell'inerzia a cui li aveva allenati l'apprendimento passivo davanti al video e oggi davanti a internet, con frequenti fughe nel sogno o nel mito, nella ricerca neppure troppo spasmodica di un'identità, di cui troppo presto si dubita di poter reperire la fisionomia, per incapacità di rintracciare radici emotive proprie”.

Da: Umberto Galimberti, L'ospite inquietante, Rizzoli, Milano 2007

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categorie: citazioni, difficoltà e disagio, come star bene a scuola, galimberti umberto
mercoledì, 30 aprile 2008

Individualismo e collettività di Bruno Munari

munari00
Il periodo storico che stiamo vivendo, segnerà il passaggio, per noi, dall'individualismo al collettivismo. L'esaltazione dell'individuo ha prodotto dei «valori » come corruzione, furberia, egoismo, imposizione, ecc.
Comincia a farsi strada nella mente della gente che la collettività è più importante dell'individuo, che l'individuo vale per quello che dà alla collettività e non per quello che prende. Che gli individui muoiono ma la collettività sarà sempre presente finché ci saranno gli individui. È la collettività che conserva e tramanda la tradizione intesa come somma delle esperienze, in tutti i campi, utili a tutti.
Somma che va continuamente aggiornata, modificata, arricchita di valori oggettivi, con apporti personali degli individui, proprio perché non resti una cosa morta.
L'artista interessato solo a far vedere quanto è bravo, senza aiutare gli altri a capire e ad esprimersi, non serve alla collettività. Esso lascia gli altri nell'ignoranza, permettendo a critici e mercanti disonesti di sfruttarli.
Le stesse strutture politiche spesso condizionano lo sviluppo artistico in forme d'arte di sola apparenza, vuote illustrazioni di un pensiero letterario retorico. Anche in questo caso si tratta di incomprensione, di imposizione di schemi e, in definitiva, di sfruttamento dell'ignoranza.
L'artista o l'operatore culturale di oggi, può aiutare la crescita culturale della collettività. Può preparare gli individui (a cominciare dai bambini) a difendersi dallo sfruttamento, a smascherare i furbi (invece di ammirarli o invidiarli), ad esprimersi con la massima libertà e creatività. Può continuare la tradizione invece che ripeterla stancamente.
(Bruno Munari, da “Verbale scritto” ed. Il Melangolo 1992)

Gentilmente concesso da Giuliano dal blog Abbracciepopcorn
postato da Isola08 alle ore 14:21 | link | commenti (11)
categorie: citazioni, riflessione
giovedì, 24 gennaio 2008

E la vita è - ne sono sicuro - fatta di poesia

J.L.BorgesHo riletto in questi giorni “L’invenzione della poesia” di J.L.Borges e ho trovato le sue parole molto vere, se ne tenessimo conto quando accostiamo i ragazzi ai libri e alla poesia, io penso che non avremmo tanti studenti demotivati.

Che cos'è un libro? – si chiede - Un libro sembra qualcosa come un quadro, un essere vivente; però, se gli facciamo una domanda, non risponde. Allora ci accorgiamo che è morto”.

Ed è vero un libro di per sé non dice nulla, parla nel momento in cui qualcuno comincia a sfogliarne le pagine e a parlare con lui. E’ il lettore che deve entrare in relazione, che deve farlo rivivere, deve sentire che ha qualcosa da comunicare. Non ha valore di per sé, ha valore se qualcuno lo rimette in vita con il suo intervento. I libri possono vivere per lo stimolo che  ci danno per discutere sui problemi che la vita ci pone ogni giorno, per dirci come risolvere un problema, per esercitare la nostra mente, per giocare con la nostra intelligenza piccola o grande che sia. I libri devono vivere per  incuriosirci, per stupirci, per presentarci realtà nuove che non potremmo conoscere in altro modo. I libri devono esistere per abituarci ad informarci, per acuire il nostro spirito critico. I libri devono esistere per insegnarci a fare domande senza le quali il nostro sapere non potrebbe progredire. I libri devono vivere in mezzo a noi per interrogarci su ciò che ci sembra giusto o ciò che non ci sembra tale…

Troppo spesso c’è ancora una concezione della cultura senza anima che domina ancora anche nei licei “più prestigiosi”, una cultura che è puro esercizio della mente, che non raggiunge il cuore degli allievi e degli insegnanti.

La cultura, quindi, non dovrebbe essere fine a se stessa, ma dovrebbe in qualche modo legarsi alla vita. Lo studio è fatica, sacrificio e perché il ragazzo lo affronti con più serenità dovrebbe anche capirne i vantaggi, che non dovrebbero essere solo quelli per migliorare il proprio avvenire dal punto di vista lavorativo ed economico, ma anche quelli per imparare ad affrontare la vita con più serenità e consapevolezza.

“Il vescovo Berkeley (che, vi rammento, è stato un profeta della grandezza degli Stati Uniti) – dice Borges - ha detto che il sapore della mela non si trova nella mela – che non può gustare se stessa - né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l'una e l'altra. Lo stesso accade nel caso di un libro o di una raccolta di libri, una biblioteca. Un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva il buon lettore e le parole - o, meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli - tornano in vita. Ed ecco la resurrezione della parola”.

E riferendosi alla poesia continua dicendo:

“Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle. Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che in realtà è: una passione e una gioia (... ) E la vita è - ne sono sicuro - fatta di poesia. La poesia non è un'estranea; la poesia è, come vedremo, sempre in agguato dietro l'angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento.

Sicché si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l'esperienza accade. Ecco che cos' è la poesia”.

Ma quello che mi è piaciuto di più è che dei maestri che si amano egli dice: “mi piacerebbe sentire le loro voci. E, qualche volta, provo a imitarle, per  poter pensare come loro avrebbero pensato, li sento sempre intorno a me”.

Forse se fossimo un po’ più ambiziosi cercheremmo di diventare maestri così e i nostri sforzi, la nostra fatica, non ci sembrerebbero inutili.

Emilia

postato da Isola08 alle ore 17:57 | link | commenti (11)
categorie: citazioni, riflettere sulla letteratura
sabato, 22 dicembre 2007

oursons"Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. Oggetti che se ne stavano ciascuno per conto proprio, nella sua pace o nel suo sonno, sono come richiamati in vita, obbligati a reagire, a entrare in rapporto tra loro. Altri movimenti invisibili si propagano in profondità, in tutte le direzioni, mentre il sasso precipita smuovendo alghe, spaventando pesci, causando sempre nuove agitazioni molecolari. Quando poi tocca il fondo, sommuove la fanghiglia, urta gli oggetti che vi giacevano dimenticati, alcuni dei quali ora vengono dissepolti, altri ricoperti a turno dalla sabbia. Innumerevoli eventi, o microeventi, si succedono in un tempo brevissimo. Forse nemmeno ad aver tempo e voglia si potrebbero registrare tutti, senza omissioni.

Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l'esperienza e la memoria, la fantasia e l'inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rap-presentazione, ma vi interviene continuamente, per accettare e respingere, collegare e censurare, costruire e distruggere".

Gianni Rodari – Grammarica della fantasia

 xmasmouseQuesto speriamo che stia diventando questo nostro blog che ha visto ogni giorno aumentare la partecipazione e l’interesse, un sasso gettato in uno stagno  per smuovere idee, sogni, proposte, discussioni…  Nulla di più… Ma sarebbe già molto. Vi ringraziamo tutti e vi auguriamo buone feste…Ritorneremo con nuove idee e nuove proposte e vi preghiamo di mandarci i vostri eventuali suggerimenti… Grazie di cuore

Anche noi in questa festa, che pensa con particolare attenzione ai bambini, lanciamo l’appello che è rimbalzato di blog in blog da qualche giorno:

 
Vi chiediamo di andare qui: http://http://www.psichesoma.com/iniziativa-blogger-contro-gli-abusi-sessuali-sui-minori/
E SOPRATTUTTO clicca qui sull'immagineAbusi+piccolo
Diffondetela anche nei vostri blog.

postato da Isola08 alle ore 13:45 | link | commenti (34)
categorie: citazioni, lavorare con la fantasia
venerdì, 14 dicembre 2007

Uscire dall'abitudine alla routine

GiovaniSi fa un gran parlare di ragazzi demotivati, senza ideali, senza progetti, ma mi chiedo se noi adulti non siamo il più delle volte esattamente così. Quali sono i nostri valori? Quale adulto è disposto a spendere in entusiasmo e speranza per dare alle nuove  generazioni degli obiettivi, degli ideali?

Eppure molti sono convinti che i bambini, i ragazzi devono essere per definizione “felici”, che è la loro età a renderli tali, non quello che vivono e vedono intorno a loro. Come se crescere fosse un mestiere facile. Come se fosse facile essere felici quando si arriva a casa e si trovano adulti frustrati e scontenti: i giovani esprimono ciò che respirano. I ragazzi, purtroppo, ci fanno da specchio.

Bettelheim nel curare ragazzi molto problematici dice che il suo compito principale era «ridare significato alle loro esistenze» e che «se i bambini erano allevati in modo da renderne la vita ricca di significato per loro, non avevano bisogno di un particolare aiuto». Aggiunge: «Nulla è più importante dell’impatto dei genitori e di altre persone che si prendono cura del loro bambino»[1]. Questo è il punto!

I ragazzi hanno bisogno del nostro ottimismo anche nelle difficoltà, della nostra serenità nell’affrontare i problemi, di un nostro sguardo al futuro carico di speranza anche quando tutto sembra andare storto.

E allora prima di dire che non capiamo i giovani, dobbiamo chiederci se non siamo noi i primi a non capire noi stessi, a non trovare più il senso di quello che facciamo. Abbiamo smesso di farci domande, viviamo troppo spesso come automi, senza aver più la voglia di rinnovarci, di scrollarci di dosso un mondo che ci ingabbia.

Dobbiamo avere il coraggio di chiederci se, come insegnanti, siamo in grado di cercare, interrogarci e costruire il nostro star bene o se l'abitudine alla routine ci ha fatto dimenticare le finalità del nostro stare nella scuola. Non si può negare che molto spesso nella scuola i primi a non star bene siamo proprio noi insegnanti. I motivi per cui l'adulto non sta bene sono tanti e intricati, ma non dovrebbero più essere taciuti, dovrebbero essere espressi, non per raccogliere le lamentele o per piangersi addosso, ma, al contrario, per ritrovare i sensi del nostro agire, il significato del nostro lavorare e vivere nella scuola con i bambini o con i ragazzi.

Abbiamo bisogno di motivazioni salde e forti ed è nostro dovere ritrovarle se le abbiamo perdute, come è dovere quello dei padri e delle madri ritrovare giorno per giorno, al di là delle grandi difficoltà, i sensi del loro essere genitori.

I ragazzi hanno bisogno di sentire intorno a loro “anime vive”, non “anime perfette”, che non sbagliano mai, ma che sappiano porsi di fronte all'altro in modo vitale. Che sappiano stabilire una relazione senza averne paura e che insegnino ai loro alunni a relazionarsi fra di loro, che sappiano essere persone mature e che dimostrino loro di sapersi prendere cura dell’altro senza dimenticare se stessi, per poterli aiutare a crescere e a diventare a loro volta persone. Adulti che sappiano posri ancora domande e non pensino di avere già verità in tasca.

Ed è proprio la volontà di educare i giovani in modo tale da farli diventare uomini migliori che può far scattare dentro di noi la voglia di rinnovarci. Diceva giustamente Laing che i bambini hanno «una parte altrettanto importante nella crescita e nello sviluppo degli adulti come noi l'abbiamo nella loro»[2].

E sono d’accordo con mircomirco quando in un commento dice anche se in modo molto provocatorio:

Dipendesse da me licenzierei su due piedi i professori che vanno a scuola ad insegnare
Lo sanno anche i bambini che a scuola si va a imparare....
Scritto da Emilia

[1] Bruno Bettelheim, Il cuore vigile, cit.

[2] Ronald D. Laing, La politica dell’esperienza, cit.

postato da Isola08 alle ore 13:31 | link | commenti (19)
categorie: citazioni
domenica, 21 ottobre 2007

La diversità è ricchezza

DiversitàContinuiamo a mettere sul tappeto dei problemi che appartengono non solo al mondo della scuola, ma al modo di porci nel mondo. Dite come la pensate a riguardo, esprimete le vostre esperienze fatte nella vostra quotidianità rispetto a quello su cui ci sollecita a riflettere I Care:

Il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, autore, tra l’altro, dei film “Pane e fiore” e “Kandahar” racconta: “Dio aveva in mano un grande specchio dentro il quale vedeva la verità; lo frantumò e ne assegnò un pezzettino ad ogni essere umano. Ogni uomo, dunque, può vedere un pezzettino di verità. Ma solo mettendo assieme i frammenti dello specchio si potrà avere una visione completa, anche se mai lo specchio così ricostruito potrà restituire l’immagine limpida della verità vista da Dio, che nello specchio si riflette"

Ogni uomo ha del mondo una visione sua, un suo punto di vista, che dipende dalle esperienze fatte, dal tempo storico e dal contesto in cui vive, dal carattere, dall’educazione che ha ricevuto. Insomma, come diceva Protagora, "l’uomo è misura di tutte le cose". Ma in questo nostro strano mondo, in cui ognuno pretende di avere il filo diretto con la Verità, di avere un rapporto preferenziale con Dio (dimenticando che Dio è padre [o madre?] di tutta l’umanità) e di conseguenza di avere la VERITA’ in esclusiva, tendiamo a dimenticare che ogni uomo ha solo un tassello di un puzzle. E come sanno tutti coloro che si dilettano a fare i puzzle, i tasselli non sono tutti uguali, alcuni hanno un solo colore e rappresentano un angolo di cielo o di mare, altri, invece, hanno un intricato intreccio di colori, e rappresentano una parte del panorama o dell’erba, o le ali d’una farfalla, o altro, ma provate a perdere un tassello, anche il più banale, il puzzle sarà incompleto, sembrerà rotto, senza senso. Solo quando impareremo ad ascoltarci l’un l’altro da bravi fratelli, figli dell’unico Dio, potremo unire i nostri tasselli di puzzle, mettere insieme la nostra parte di verità, di cui siamo portatori, piccola o grande, articolata e complessa, o semplice, in quanto noi siamo "misura". E solo così mettendoci insieme potremo sperare di ricostruire il grande puzzle della verità, in cui è rappresentato il volto di Dio.

E così anche a scuola ogni alunno, qualunque sia la sua provenienza culturale o sociale, qualunque sia il suo portato umano è indispensabile per l’insegnante e per la realtà stessa della classe.

Se vogliamo insegnare il rispetto dell’altro e l’accettazione della diversità, impariamo noi per primi che la diversità è ricchezza, e, quando ne saremo convinti e consapevoli, sapremo insegnarla, perché, come diceva Jean Jaurés "Non si insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è".

Vi preghiamo di scrivere alla fine del commento il vostro nome

postato da Isola08 alle ore 16:30 | link | commenti (17)
categorie: citazioni, una scuola per tutti

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