“Alla base della demotivazione scolastica esiste quella tendenza all'oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti.
Siccome la quantità è misurabile con il calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche. Libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione; più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.
Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d'abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”. (…)
Da: Umberto Galimberti, L'ospite inquietante, Rizzoli, Milano 2007
Dopo un episodio spiacevole capitato in classe, invitati a riflettere su come rendere possibili dei rapporti più veri nell’ambiente scolastico, un allievo di prima media scrive: “Il mio percorso scolastico è stato piuttosto travagliato. Quando avevo tre anni i miei genitori mi hanno tolto da una classe dell’asilo in seguito a una caduta da uno scivolo spinto da un compagno senza la vigilanza di nessuna maestra. Di questo incidente porto ancora una brutta cicatrice sulla fronte e la cosa mi ha spesso fatto riflettere sulla scarsa attenzione e poco senso di responsabilità di certi insegnanti ma anche sulla superficialità dei bambini che non pensano alle conseguenze di certi loro gesti. Tanti altri episodi sono capitati negli anni successivi e l’episodio di oggi mi ha ricordato la mia infanzia. Un mio compagno è stato preso di mira per essersi vantato troppo delle sue possibilità finanziarie e delle sue proprietà; una mia compagna ha scritto per scherzo alla lavagna che lui soffriva di allergia al gesso e invitava tutti a riempire il suo banco di polvere di gesso; un’altra mia compagna non sapendo che l’allergia fosse vera (così ha poi detto) ha davvero riempito il banco di gesso, provocandogli una crisi di asma e molto spavento. Naturalmente si è presa una nota. Io penso che anche lui avrebbe dovuto essere rimproverato con fermezza dagli insegnanti perché, se la scuola è davvero un luogo dove ci confrontiamo con gli altri, non vedo perché bisogna sopportare tutte le mattine le provocazioni di un compagno superbo. Per fortuna un’insegnante glielo ha fatto notare e ha discusso con noi la cosa, ma temo che lui continuerà a vantarsi….Credo che bisogna cercare un rapporto più vero con le persone che ci circondano perché la maggior parte delle persone che conosco si nasconde dietro una maschera e non è spontanea…”
Alla domanda : perché deve vantarsi con i compagni, l’allievo incriminato è rimasto muto e ha chiesto del tempo per pensarci. Nei giorni successivi i compagni chiedevano continuamente se ci aveva pensato e quale fosse la sua risposta. Finalmente una mattina arriva dicendo: ho la risposta: “volevo sentirmi importante davanti ai compagni, ma non so perché”.
Quante occasioni di farli crescere perdiamo perché loro non si fidano di noi e non ci raccontano quello che succede tra loro!
scritto da Costanza
Continuando la discussione sul libro "caro Diario" di Pennac di cui abbiamo già parlato qua, ci piacerebbe discutere il commento di MircoMirco che ha scritto.
Ma la cosa che più mi piace è osservare un bambino quando gioca da solo.
I ragazzi hanno bisogno di avere spazi in cui parlar di sè, di raccontarsi, di far venire fuori in modo semplice e sereno i propri pensieri, hanno bisogno di condividerli e di discuterli con gli altri. La scuola è anche questo... Ed è sbagliato chi pensa che si perda tempo: semplicemente in questo modo i ragazzi imparano che la scuola non è estranea alla loro esistenza, ha rispetto di loro ed è interessata a condividere insieme un pezzo di vita.
Caro diario
ho capito che non mi conosco fino in fondo. In generale non so cosa scrivere quando devo parlare di me, non riesco a descrivermi perché non ho mai riflettuto sulla domanda “Chi sono io?” Ora che ci penso mi rendo conto che per vivere veramente bisogna capire chi si è . Quando lo capisci, capisci anche i tuoi limiti e puoi anche renderti conto di ciò che puoi dare a chi ti sta vicino.
Però qualcosa ho capito di me: io voglio apparire in alcuni casi quello che non sono, lo faccio perché ho paura di non essere accettato. Io mostro di me solo le cose che voglio mostrare: anche se probabilmente è una cosa sbagliata io non riesco ad evitarla . Ho paura che se mi espongo troppo uno potrebbe ferirmi dove fa più male .
In questo modo però mi sento insicuro di me stesso. Se uno mi coglie di sorpresa potrebbe vedere che dietro alla maschera c’è un bambino con il dito in bocca. A me questo mondo fa paura, ho paura che se cadessi e nessuno venisse ad aiutarmi, non riuscirei a rialzarmi. Io mi sono reso conto che ho dei comportamenti da egoista: quando S. che è mio amico sta con qualcun altro io vado in crisi pensando che lui non mi parla più e non è più mio amico. Lo so è strano, ma è così. Io vivo nel terrore di essere lasciato da solo.
Il post è stato scritto da Maria
Bisogna prendere sul serio le testimonianze (come quella del ragazzo peruviano o di Rashid) che ci vengono dai ragazzi se gli lasciamo lo spazio per farlo. E siamo d’accordo con Dona che dice nei commenti che “la scrittura, è un basilare mezzo di comunicazione (…) come mezzo di avvicinamento tra le due figure... non solo verifiche e compiti, non solo valutazioni e note”.
Ne “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa leggiamo:
«Oggi mi trovo in uno di quei giorni in cui non ho mai avuto futuro. C'è solo il presente: immobile come un muro di angoscia tutto attorno. L'altra riva del fiume, in quanto è quella di là, non è mai quella di qua: e questa è l'intima ragione di ogni mia sofferenza. Ci sono navi dirette verso molti porti, ma nessuna verso dove la vita non dolga, perché non si può sbarcare nel porto della dimenticanza. Tutto ciò è accaduto molto tempo fa, ma la mia pena è più antica».
“La tristezza proviene dall'origine – dice Zorba - delle nostre emozioni. possiamo essere tristi e ritrovare il sorriso. possiamo essere tristi per un vuoto incolmabile. possiamo essere tristi per aver dimenticato come si sorride. La possibilità di chi sta vicino ad un ragazzo che prova tanta tristezza, sta prima nel condividerla intimamente e profondamente, e poi nel fare un salto in avanti verso un'isola da cui provengono segnali incoraggianti”.
E di bocciature annunciate ne potremmo raccontare tante, perché come dice questa insegnante, chi non è “attrezzato”, chi non ha gli strumenti o come vengono chiamati “i prerequisiti per…”, chi non ce la fa ad un certo punto a reggere il carico di un apprendimento senza aiuto e senza soste, è bollato e la parola “bocciato” rende bene l’idea anche se con molta più ipocrisia oggi l’abbiamo sostituita con “non ammesso alla classe successiva”.
Non bisogna essere dei grandi indovini. Se le richieste che facciamo, le metodologie che usiamo sono sempre le stesse, la previsione può essere semplice. Atteggiamento ben diverso è se accettiamo la sfida di riuscire a modificare un percorso che sembra già segnato e prestabilito. Se prendiamo sul serio l’insuccesso scolastico, ma non come prova che un bambino non è adatto alla scuola, non per svalutarlo, ma per capire come mai il suo processo di apprendimento si è bloccato. La bravura di un insegnante non si misura sui ragazzi che sono già bravi in partenza, ma sulla capacità di aiutare chi è in difficoltà e di risollevarlo da un destino che altri credono già segnato.
Dicendo a un bambino che gli mancano le capacità, lo si priva della fiducia in se stesso e davvero lo si condanna all’insuccesso. I bambini possono entrare in una classe dove già tutto è predisposto dai programmi e da come i professori o i maestri intendono svolgerlo. Si presentano a noi con la loro intelligenza che può essere adatta o no ad apprendere il programma, a essere disciplinata. Tutto il resto passa sotto i nostri occhi come ci fosse estraneo e non ci riguardasse. Non ci sentiamo chiamati in causa perché il nostro compito è insegnar loro la matematica, la grammatica. I loro problemi non rientrano nei nostri compiti.
«Abbiamo ampie prove del fatto che gli esseri umani di ogni età sono più sereni e in grado di affinare il proprio ingegno per trarre un maggiore profitto se possono confidare nel fatto che al loro fianco ci siano più persone fidate che verranno in loro aiuto in caso di difficoltà»[2]. Così ci ammonisce lo psicoanalista John Bowbly.