“Alla base della demotivazione scolastica esiste quella tendenza all'oggettivazione che porta i medici a considerare i pazienti solo come organismi, che porta nel mondo del lavoro a considerare gli uomini in base al solo criterio dell'efficienza, risolvendo la loro identità nell'efficacia della loro prestazione, che porta i professori a giudicare i loro studenti in base al profitto, termine che il mondo della scuola ha mutuato dal mondo economico, risolvendo l'educazione in un puro fatto quantitativo dove a sommarsi sono nozioni e voti.
Siccome la quantità è misurabile con il calcolo, dalla scuola vengono espulse tutte quelle dimensioni che sfuggono alla calcolabilità, quindi: creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, piaceri, dolori che costellano la crescita giovanile e di cui la scuola non tiene il minimo conto. Ciò spiega perché a scuola vanno bene e prendono bei voti quei ragazzi che hanno un basso livello di creatività, scarsi impianti emozionali, limitate proiezioni fantastiche. Libera da questi inconvenienti, la mente può disporsi più agevolmente a immagazzinare tutte quelle nozioni che si ordinano con rigore e precisione; più sono disanimate, meno coinvolgono l'anima, all'insegna di quel risparmio emotivo che rende l'incasellamento delle informazioni molto più agevole.
Espulsa dalla scuola l'educazione emotiva, l'emozione vaga senza contenuti a cui applicarsi, ciondolando pericolosamente tra istinti di rivolta, che sempre accompagnano ciò che non può esprimersi, e tentazioni d'abbandono in quelle derive di cui il mondo della discoteca, dell'alcol e della droga sono solo esempi neppure troppo estremi”. (…)
Da: Umberto Galimberti, L'ospite inquietante, Rizzoli, Milano 2007
Nella prefazione al libro, Edward de Bono scrive tra l'altro: "La maggiore difficoltà che si incontra nel pensare è la confusione. Cerchiamo di fare troppe cose alla volta. Emozioni, informazioni, logica, aspettative e creatività si affollano in noi. È come fare il giocoliere con troppe palle."
IL CAPPELLO BIANCO, neutro come il suo colore, indica l'oggettività, la realtà dei dati, dei fatti e delle informazioni sui quali non vi è dubbio. Chi indossa il cappello bianco fornisce dati indiscutibili, e questo è il punto di partenza comune a tutti in ogni situazione o discussione.
IL CAPPELLO ROSSO, associato alla rabbia, alle emozioni che l'argomento ci provoca. Non devono essere spiegate razionalmente, hanno diritto ad essere espresse e nessuno è obbligato a condividerel con noi. Chi indossa il cappello rosso fornisce un punto di vista puramente emotivo.
IL CAPPELLO NERO, identificato dal colore cupo e negativo. Chi lo indossa mette in evidenza gli aspetti negativi, i pericoli, gli errori, i difetti, può permettersi di essere pessimista. Ma è soprattutto il cappello del pensiero critico per ragionare con cura e profondità su un fatto o un problema.
IL CAPPELLO GIALLO, solare e positivo, indossato da chi è ottimista o, più in generale, riesce a coltivare la speranza e a esprimersi con pensieri positivi, vedendo il lato buono delle persone, delle cose, delle situazioni. È il contrario del cappello nero, ed entrambi si indossano per esprimere giudizi.
IL CAPPELLO VERDE, assimilabire al rigoglio della natura, è indossato da chi voglia esprime pensieri e concetti creativi e produrre nuove idee. È il cappello che permette la libera espressione, l'esposizione di concetti innovativi che ci aiutino a liberarci dagli schemi mentali a cui siamo abituati.
IL CAPPELLO BLU, dal colore freddo come quello del cielo che si estende su tutto. Simboleggia l'organizzazione dell'intero processo del pensiero e chi lo indossa vuole esaminarlo tutto, analizzando e assimilando le idee che gli altri cappelli hanno aiutato a sviluppare e traendo le conclusioni.
Questo ragazzo scrive della sua tristezza, una tristezza che comunica alla sua insegnante con cui la vuole condividere. E questa, dice Maria, una richiesta implicita di aiuto ed abbiamo l'obbligo come adulti di non lasciarli soli, di aiutarli a parlarne e di accompagnarli nel loro percorso perchè si sentano compresi e non abbandonati a se stessi. Il poterne parlare è già un passo avanti.
La tristezza è un sentimento che tutte le persone soffrono , capita a tutti perché fa parte della vita, puoi provarla per qualcosa che tu desideravi nella vita e non l’hai avuta.
Io ho sofferto tanta tristezza che non riuscivo più a sopportarla.
Mi sono sentito triste quando ho lasciato il mio paese e ho lasciato tutti quelli che mi volevano bene. Sono andato via dalla scuola e sono venuto in Italia. Mia sorella mi racconta che i miei compagni mi dicono di non dimenticarmi di loro, ho lasciato tutti tristi e anche io sono arrivato triste.
La mia vita purtroppo non è nemmeno il 10% di allegria, mi dispiace che la mia allegria non sia con tutti i miei famigliari e di non dividere ogni momento come facevamo quando io ero ancora piccolo e che la mia vita debba finirla qua in Italia e non nel mio paese. A volte l’allegria si diffonde se soltanto possiamo telefonarci. Ma è veramente poca l’allegria. Cresco, cresco e ogni giorno perdo un po’ della mia vita, la felicità sta andando in giù a scuola, nel mio paese non c’era nessun problema, tutti mi volevano bene e io ero importante per loro.
Mi sono sentito triste quando i miei genitori mi hanno messo in punizione per una nota che ho preso con una professoressa …e da quella nota sono ancora in punizione. Ero rimasto triste, ma con lei sono rimasto arrabbiato e da allora con lei non parlo più come facevo. Mi chiedo ancora se le professoresse hanno un cuore, se non hanno mai un momento triste e perché non capiscono le mie difficoltà. E oltre le note ci sono le verifiche a sorpresa che poi chiama noi che sbagliamo asini e incapaci. Se la professoressa fa queste cose è perché non ha pazienza, ma perchè le professoresse non hanno pazienza? la scuola è per insegnare non per trattare male. La mia tristezza era così troppa che volevo cambiare scuola, solo che con i miei compagni ho creato un rapporto migliore e non voglio lasciare anche loro.
La foto proviene dal blog. appunti e luce
Qualche anno fa Luigi, un mio allievo, nell’intervallo, mi ha chiesto di parlarmi. Avevo assegnato un testo da comporre e tutti stavano scrivendo. Siamo usciti un momento e lui mi ha detto con le lacrime agli occhi “Non ho scritto nulla, professoressa…”. L’ho riportato in classe, mi sono seduta vicino a lui e gli ho fatto delle domande sul testo assegnato. Lui ha cominciato a rispondermi: le risposte sono diventate meno laconiche, più precise e via via sempre più ricche di particolari. Bene, gli ho detto, adesso puoi cominciare a scrivere. E se sbaglio? mi ha chiesto. Se sbagli non importa… Come non importa? Tutti sbagliamo: sbagliando si impara. Adesso scrivi come ti viene, degli sbagli ci preoccuperemo dopo.
Quel giorno mi sono ricordata di un altro ragazzo nei miei primi anni di insegnamento. Si chiamava Pino. Sempre durante una prova scritta di italiano, dopo pochi minuti, mi consegna un compito in cui aveva scritto poche righe. Gli chiedo se non aveva più nulla da dire. Nulla, mi risponde porgendomi il foglio come se si liberasse da un peso. Aspetta, secondo me non è vero. Anche con lui avevo allora parlato e anche lui si era messo a raccontare molti episodi attinenti al testo che doveva comporre. E allora, vedi hai molte cose da dire. Sì, è vero, ma più scrivo, più faccio errori.
Era stata quella per me una lezione che mi è servita tutta la vita, più di certi aggiornamenti sull’italiano condotti da professori universitari che forse di bambini non sanno nulla. Quando si restituisce un compito con tanti segni rossi ed un brutto voto, cosa può recepire un ragazzo? Cosa gli comunica l’insegnante? Non sai scrivere, è difficile che tu possa imparare… E lui non scrive più, tanto a cosa serve?
Sempre Luigi, interrogato di storia, era rimasto muto senza rispondere a nessuna domanda. Di fronte ad un comportamento di questo tipo viene facile pensare che non avesse studiato e quindi il giudizio dell’interrogazione era stato necessariamente negativo. Il giorno dopo la madre mi aveva scritto sul diario che lei poteva assicurarmi che suo figlio aveva lavorato e conosceva la storia. La madre era solita proteggere, come molte altre mamme, il figlio. Il mio primo pensiero era stato che anche quella volta non aveva accettato l’insuccesso del figlio. Ho però voluto fare un ulteriore tentativo. Ho chiesto al ragazzo di venire fuori dalla classe con me insieme ad un suo compagno e l’ho interrogato. Con mio grande stupore sapeva tutto e lo sapeva molto bene. Gli ho chiesto che cosa era successo il giorno precedente, il perché non mi aveva risposto e lui mi ha confessato che temeva che i compagni lo prendessero in giro. Gli ho domandato se era già capitato e chi era stato, lui mi ha detto che non erano i compagni della media a cui si riferiva, ma quelli delle elementari. Ancora più perplessa ho voluto che mi spiegasse meglio, e lui mi ha risposto che, anche se non era ancora successo con quei nuovi compagni, temeva che potesse accadere e quindi preferiva non parlare per non rischiare. Era un ragazzo molto piccolo di statura e di corporatura esile, spesso preso in giro da compagni più grandi di età.
Ed è proprio ai bambini più timidi, più insicuri che capita di essere letteralmente paralizzati dalla paura di fare brutta figura e di essere derisi tanto da non riuscire ad aprire bocca. Mi sono chiesta, di fronte a questi casi come aiutare un ragazzo a lavorare sulle proprie difficoltà, come proteggerlo dagli attacchi denigratori degli altri. Mi sono domandata come riuscire a farlo sentire una persona che può dare oltre che ricevere, che non deve confrontare la propria individualità con quella degli altri, che da lui, qualunque sia la sua intelligenza, la sua personalità, la sua origine può nascere qualcosa di buono. Ogni nascita è un evento nel mondo, è un’apertura ad una nuova possibilità. Nessuno deve confondersi nell’altro, né mimetizzarsi. Nessuno deve sentirsi come Charly Brown la cui unica consapevolezza è sapere che “la squadra vince solo quando lui non gioca” o che afferma “Quando perdiamo, mi sento a terra... Quando vinciamo, mi sento in colpa!”.
Come dare ad ogni bambino la consapevolezza di poter essere com’è, di essere come un seme da cui può nascere, se curato, un fiore, ma non un altro?
Come far comprendere loro che un giardino è bello quando i fiori non sono tutti uguali, che un’orchestra non sarebbe un’orchestra se non ci fosse armonia nella diversità dei suoni?
Come far nascere il desiderio di crescere nello stesso giardino senza la paura di essere sradicato e gettato perché non abbastanza bello, non all’altezza degli altri fiori?
Come essere insegnanti che sanno curare e far crescere fiori diversi nello stesso giardino o che sanno essere come il direttore d’orchestra che per suonare un pezzo è capace di valorizzare chi sa suonare il pianoforte allo stesso modo di chi suona il triangolo?
Bisogna mettere a proprio agio il ragazzo, aiutarlo, rassicurarlo stando attenti anche al tono della voce che deve calmarlo, dargli fiducia. Altrimenti rischieremo di valorizzare i più furbi, i più forti che non sono necessariamente i più bravi e i più intelligenti anche volendo vedere la scuola solo da questo punto di vista.