L'isola sconosciuta

"Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". J.Gaarder - C'è nessuno?
domenica, 30 marzo 2008

Grazie Pennac...

pennac2Quando due anni fa ho scritto il libro “Star bene a scuola si può?”, dopo aver discusso a lungo avevamo aggiunto il punto interrogativo. Per me e per chi ha condiviso questo lavoro e l'espereinza come insegnante, era una certezza che “star bene a scuola si può…”, la certezza di chi da trent’anni vive nella scuola e ha percorso questa strada con successo: i nostri ragazzi ce l'hanno sempre confermato. Ma sapevamo che per molti, moltissimi non era così… E allora il punto interrogativo... perchè si avviasse una disscussione.
Ho presentato il libro in tutta Italia ed ancora oggi giro nelle scuole, tra genitori a parlare. Ho trovato insegnanti che mi hanno detto come la disillusione aveva spento in loro ogni entusiasmo, e che parlare insieme, ritrovarsi a discutere certe tematiche, gli aveva ridato fiducia e voglia di ricominciare. Altri che si sentono in dovere di insegnare tante cose e “tra la testa ben fatta” e la testa piena” di cui parla già Montaigne (concetto che poi viene ripreso da Morin) preferiscono la “testa piena”… Molti hanno continuato a tenersi in contatto con me: per non sentirsi soli nel loro percorso.
Il riaprire il dibattito su questi temi, ne sono sicura, darebbe sicuramente dei frutti. Il guaio è che non se ne parla più…
DiarioLo ha fatto Pennac con "Diario di scuola, e spero che il suo libro venga letto da molti perché è davvero un libro importante che rimette finalmente di nuovo al centro il bambino che ha difficoltà. La nostra scuola attualmente non selezione neanche i migliori, ma solo i più forti. La fragilità è vista come un handicap.
Pennac parla di sé, della sua esperienza scolastica:
“Più di qualunque cosa, alcuni insegnanti mi rimproveravano l’allegria (era un bambino vivace che amava giocare). Oltre che negato, insolente. Il minimo della buona educazione, per un somaro, è essere discreto. Ma la vitalità era vitale per me, se così si può dire. Il gioco mi salvava dall’amarezza che provavo non appena ripiombavo nella mia vergogna solitaria. Mio Dio, la solitudine del somaro nella vergogna di non fare mai quello che è giusto!
(…) Ah unirmi ad una banda per la quale la scuola non avesse contato nulla, che sogno! Dove sta il fascino della banda? Nel potervisi dissolvere con la sensazione di affermarsi. Gran bella illusione (…) solo per poter fuggire quegli sguardi di adulto disprezzo.
(...) per molto tempo mi sono portato dentro i segni di quella vergogna”.

E ricorda a tutti gli insegnanti:
Ma guardiamoci bene dal sottovalutare l'unica cosa sulla quale possiamo agire personalmente e che risale alla notte dei tempi pedagogici: la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono.
Solo noi possiamo tirarlo fuori da quella prigione, formati o meno per farlo.
Gli insegnanti che mi hanno salvato  e che hanno fatto di me un insegnante  non erano formati per questo. Non si sono preoccupati delle origini della mia infermità scolastica. Non hanno perso tempo a cercarne le cause e tanto meno a farmi la predica. Erano adulti di fronte ad adolescenti in pericolo. Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati. Non ce l'hanno fatta. Si sono buttati di nuovo, giorno dopo giorno, ancora e ancora... Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri con me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita.
I nostri studenti che "vanno male" (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Diffìcile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo.

Ho citato alcune parti del libro, ma il libro è ricco, ricchissimo e ne leggeremo e commenteremo altre...
Vi invitiamo a leggere questo libro e, se volete, anche il mio (i diritti d'autore vanno ad un'associazione che si batte per i diritti dei portatori d'handicap)... Man mano che leggete, mandateci le vostre riflessioni via e-mail fuoriclasse@libero.it, noi le posteremo.
Sarebbe bello che nascesse una coscienza condivisa e che ognuno di noi se ne facesse portatore nelle proprie realtà: nelle scuole, tra genitori, tra studenti come ha già detto di fare Lavinia che invitiamo da subito a mandare le sue considerazioni, visto che è stata lei a sollecitarci... Grazie
Emilia
postato da Isola08 alle ore 15:03 | link | commenti (25)
categorie: quale scuola, la relazione educativa, riflettere sulla letteratura
giovedì, 14 febbraio 2008

Dieci regole per genitori

Regola n. 1 I ragazzi sono come un fiume che scende a valle, segue la via che vuole, che può: non influire sulle scelte scolastiche dei propri figli;

Regola n. 2  Quando un figlio si lamenta in casa del trattamento che riceve a scuola, evitare di dire: la prossima volta dillo a me che ci penso io!

Regola n. 3 Evitare di fare i compiti con i propri figli e studiare al loro posto, mentre scrivono messaggini col cell;

Regola n. 4 Evitare di consolarli quando ricevono un rimprovero da un Insegnante. Dire loro che nella vita le ingiustizie e le false accuse sono parte della vita e che bisogna anche accettarle;

Regola n. 5 I nostri figli non sono un mezzo per la nostra realizzazione;

Regola n.6 Mostrare il più possibile di condividere le finalità e le scelte degli Insegnanti, non criticarli in presenza dei ragazzi;

Regola n. 7 Non caricare i ragazzi di responsabilità e attese sociali in merito ai risultati scolastici;

Regola n. 8 Nella vita di tutti ci sono delle priorità. Avere ben chiaro, a se stessi, se desideriamo un figlio/a rispettoso, educato, gentile, serio, sereno; oppure un figlio/a furbo che ci sa fare e scavalca tutto e tutti;

Regola n.9 Amare e voler bene ai propri figli a prescindere dai risultati scolastici, privilegiando il comportamento corretto, piuttosto che il voto in questa o quella materia;

Regola n. 10 Il bene dei propri figli è strettamente legato al bene dei suoi compagni e frequentatori.

Scritto da Zorba.

lunedì, 26 novembre 2007

Molti bambini si sentono Charly Brown: “la squadra vince solo quando lui non gioca

charlie_brown_pumpkin2Qualche anno fa Luigi, un mio allievo, nell’intervallo, mi ha chiesto di parlarmi. Avevo assegnato un testo da comporre e tutti stavano scrivendo. Siamo usciti un momento e lui mi ha detto con le lacrime agli occhi “Non ho scritto nulla, professoressa…”.  L’ho riportato in classe, mi sono seduta vicino a lui e gli ho fatto delle domande sul testo assegnato. Lui ha cominciato a rispondermi:  le risposte sono diventate meno laconiche, più precise e via via sempre più ricche di particolari. Bene, gli ho detto, adesso puoi cominciare a scrivere. E se sbaglio? mi ha chiesto. Se sbagli non importa… Come non importa? Tutti sbagliamo: sbagliando si impara. Adesso scrivi come ti viene, degli sbagli ci preoccuperemo dopo.

Quel giorno mi sono ricordata di un altro ragazzo nei miei primi anni di insegnamento. Si chiamava Pino. Sempre durante una prova scritta di italiano, dopo pochi minuti, mi consegna un compito in cui aveva scritto poche righe. Gli chiedo se non aveva più nulla da dire. Nulla, mi risponde porgendomi il foglio come se si liberasse da un peso. Aspetta, secondo me non è vero. Anche con lui avevo allora parlato e anche lui si era messo a raccontare molti episodi attinenti al testo che doveva comporre. E allora, vedi hai molte cose da dire. Sì, è vero, ma più scrivo, più faccio errori.

Era stata quella per me una lezione che mi è servita tutta la vita, più di certi aggiornamenti sull’italiano condotti da professori universitari  che forse di bambini non sanno nulla. Quando si restituisce un compito con tanti segni rossi ed un brutto voto, cosa può recepire un ragazzo? Cosa gli comunica l’insegnante? Non sai scrivere, è difficile che tu possa imparare… E lui non scrive più, tanto a cosa serve?

Sempre Luigi, interrogato di storia, era rimasto muto senza rispondere a nessuna domanda. Di fronte ad un comportamento di questo tipo viene facile pensare che non avesse studiato e quindi il giudizio dell’interrogazione era stato necessariamente negativo. Il giorno dopo la madre mi aveva scritto sul diario che lei poteva assicurarmi che suo figlio aveva lavorato e conosceva la storia. La madre era solita proteggere, come molte altre mamme, il figlio. Il mio primo pensiero era stato che anche quella volta non aveva accettato l’insuccesso del figlio. Ho però voluto fare un ulteriore tentativo. Ho chiesto al ragazzo di venire fuori dalla classe con me insieme ad un suo compagno e l’ho interrogato. Con mio grande stupore sapeva tutto e lo sapeva molto bene. Gli ho chiesto che cosa era successo il giorno precedente, il perché non mi aveva risposto e lui mi ha confessato che temeva che i compagni lo prendessero in giro. Gli ho domandato se era già capitato e chi era stato, lui mi ha detto che non erano i compagni della media a cui si riferiva, ma quelli delle elementari. Ancora più perplessa ho voluto che mi spiegasse meglio, e lui mi ha risposto che, anche se non era ancora successo con quei nuovi compagni, temeva che potesse accadere e quindi preferiva non parlare per non rischiare. Era un ragazzo molto piccolo di statura e di corporatura esile, spesso preso in giro da compagni più grandi di età.

Ed è proprio ai bambini più timidi, più insicuri che capita di essere letteralmente paralizzati dalla paura di fare brutta figura e di essere derisi tanto da non riuscire ad aprire bocca. Mi sono chiesta, di fronte a questi casi come aiutare un ragazzo a lavorare sulle proprie difficoltà, come proteggerlo dagli attacchi denigratori degli altri. Mi sono domandata come riuscire a farlo sentire una persona che può dare oltre che ricevere, che non deve confrontare la propria individualità con quella degli altri, che da lui, qualunque sia la sua intelligenza, la sua personalità, la sua origine può nascere qualcosa di buono. Ogni nascita è un evento nel mondo, è un’apertura ad una nuova possibilità. Nessuno deve confondersi nell’altro, né mimetizzarsi. Nessuno deve sentirsi come Charly Brown la cui unica consapevolezza è sapere che “la squadra vince solo quando lui non gioca” o che afferma “Quando perdiamo, mi sento a terra... Quando vinciamo, mi sento in colpa!”.

Come dare ad ogni bambino la consapevolezza di poter essere com’è, di essere come un seme da cui può nascere, se curato, un fiore, ma non un altro?

 Come far comprendere loro che un giardino è bello quando i fiori non sono tutti uguali, che un’orchestra non sarebbe un’orchestra se non ci fosse armonia nella diversità dei suoni?

Come far nascere il desiderio di crescere nello stesso giardino senza la paura di essere sradicato e gettato perché non abbastanza bello, non all’altezza degli altri fiori?

Come essere insegnanti che sanno curare e far crescere fiori diversi nello stesso giardino o che sanno essere come il direttore d’orchestra che per suonare un pezzo è capace di valorizzare chi sa suonare il pianoforte allo stesso modo di chi suona il triangolo?

Bisogna mettere a proprio agio il ragazzo, aiutarlo, rassicurarlo stando attenti anche al tono della voce che deve calmarlo, dargli fiducia. Altrimenti rischieremo di valorizzare i più furbi, i più forti che non sono necessariamente i più bravi e i più intelligenti anche volendo vedere la scuola solo da questo punto di vista.

Emilia

postato da giuba47 alle ore 15:26 | link | commenti (24)
categorie: la relazione educativa, difficoltĂ  e disagio

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