Ho partecipato ad un’intensa giornata d’aggiornamento sulla didattica della storia, inserita all’interno di un convegno dedicato ad una bella figura di intellettuale del nostro sud che lavorava al nord, Nenè Criscione. Non lo conoscevo, è morto nell’età della maturità, per cui non ho più la possibilità di conoscerlo se non per ciò che ha fatto e costruito con la sua passione, il suo spendersi per l’insegnamento e la ricerca.
Si era formato intellettualmente negli anni pieni di speranze per un cambiamento prossimo venturo, anni che che non hanno visto un domani e a parlare di lui sono stati i suoi amici, professori universitari e non, che ne hanno tracciato il profilo tutto insito all’interno della passione per la storia, tra ricerca ed impegno intellettuale e politico: una bella persona. Ho sentito relazioni interessantissime sul movimento locale degli studenti e degli operai, sugli anni della tensione e i riflessi neppure tanto periferici di quei momenti nella nostra realtà. Ho ascoltato una splendida relazione della professoressa Aurora del Monaco su “Insegnare storia” e dotti studiosi, tra cui Serge Noiret dell’Istituto Europeo di Firenze, parlare della storia in rete o di laboratori di storia; è intervenuta una relatrice che ha illustrato l’interesse e la passione di Nenè Criscione sulla tematica della mafia, ed in particolare sul tema “mafia e web” che è assai ricco ed articolato. E’ stata una bellissima e proficua giornata.
Qualche appunto che voglio condividere con chi mi legge:
Si può essere attenti alla politica possibile solo attraverso la trasmissione delle conoscenze storiche. La conoscenza del passato deve permetterci di cogliere la dimensione del presente e non essere finalizzata ad arricchirci di erudizioni. Non consentire che le ali della storia siano mozzate dal clima sociale (e questo, a mio avviso, può essere una risposta a chi si prefigge di riscrivere la storia a fini politici). L’insegnamento della storia (ma direi l’insegnamento di qualsiasi disciplina) è un campo con specifiche competenze. L’insegnante deve essere ricercatore, protagonista della sua ricerca e non un semplice portatore d’acqua, e da ricercatore deve creare una rete di rapporti, una comunità virtuale (che non significa solo comunità inserita in una rete multimediale, ma comunità che abbia al suo interno una forza) che si dia delle possibilità. Il problema della didattica deve prendere in considerazione la “matetica”, ossia sull’arte, sulla capacità di far apprendere attraverso una comunicazione che abbia una sua logica. L’impegno che richiediamo agli studenti deve nascere dal rigore dell’approccio, un rigore frutto di ricerca passionale ed appassionata (ma se noi per primi non abbiamo passione per quanto proponiamo…). La “buona scuola” è un “locus” etico (e non è il programma che fa una buona scuola, ma l’eticità che vi si respira). L’insegnamento tout court, e l’insegnamento di storia in particolare, deve seguire delle linee guida che possono essere individuate in questa direzione: 1) conoscere coloro con cui operi (i giovani, perchè protagonisti del nostro lavoro e da essi il nostro lavoro non può prescindere), 2) parlare di argomenti socialmente ed eticamente rilevanti (se la nostra contemporaneità sembra aver perso la lanterna con cui far luce davanti a sè è un problema di cui la scuola deve farsi carico), 3) interrogarsi sugli altri agenti concorrenti (non possiamo lavorare come san Giovanni nel deserto, siamo in relazione con gli altri, ognuno di noi è portatore di “talenti” e se mettiamo insieme i nostri “talenti” potremo arricchire il nostro lavoro, noi stessi e il nostro contesto), 4) dobbiamo sperimentare nuove forme di comunicazione dell’insegnamento.
Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensiate.
Parliamo allora di Diritti!!!
<<...il riconoscimento della dignità specifica e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è la base di libertà, giustizia e pace nel Mondo >>
(Preambolo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1948)
Mi commuove pensare che nel mondo tanta gente, e specialmente tanti bambini, non hanno riconosciuto nessun diritto da nessuno.
Quanti bambini non hanno diritto nemmeno di mangiare ( in Bangladesh, in Darfur, in Congo, in Etiopia, in Cina, in India, ad Haiti).
Quanti bambini non hanno diritto all’abbraccio della loro mamma ( nei paesi in guerra con migliaia di morti civili)
Quanti bambini non hanno diritto nemmeno di riposare dopo una dura giornata di lavoro nelle miniere o in altri terribili posti e con terribili padroni (in Perù, in Brasile o in India)
Quanti bambini non hanno diritto all’infanzia perché costretti a soddisfare gli appetiti sessuali di ricchi turisti e uomini d’affari. ( in Brasile, in Thailandia, nelle Filippine, in India, in Vietnam, in Pakistan)
Quanti bambini non hanno diritto alla vita perché muoiono manipolando pesticidi nelle piantagioni? ( in America centrale, in Bangladesh, in Nepal, in India).
Quanti bambini non hanno diritto di avere nemmeno una pelle senza bruciature perché lavorano nelle concerie tra i veleni ( in Egitto, in India, in Brasile, nel Sud-Est asiatico).
Quanti bambini non hanno diritto a vivere vicino alla loro famiglia perché devono andare a lavorare in piccole fabbriche lontane dove si producono scarpe e borse e vestiti per le grandi multinazionali occidentali, tra cui Nike e Adidas ( in Cina, in Thailandia, in Indonesia, in India).
Quanti bambini non hanno diritto di giocare con i giocattoli che costruiscono nelle fabbriche per la Mattel o per la Chicco ( in Cina, in Thailandia, in Indonesia)
Un milione di bambini nel mondo passano le loro giornate a tessere con le loro manine i costosi tappeti che i ricchi mettono nelle loro case ( in Pakistan, in India, in Nepal).
Milioni di bambini dai 6 anni in su fanno i servitori nelle case dei ricchi, anche di diplomatici europei, ripagati soltanto con un po’ di cibo.( ad Haiti, e in Pakistan su 20 milioni di adulti 8 milioni di bambini sono stati venduti come schiavi per risarcire debiti).
80 milioni di bambini nel mondo lavorano per strada e 12.000 bambini a Manila scalano ogni giorno la Montagna Fumante ( di spazzatura) per trovare qualcosa da utilizzare in qualche modo per sopravvivere.
Mi chiedo quali Diritti vada cercando la maggior parte di noi chiusi nelle nostre case dopo una calda cena e comodamente seduti sul divano a guardare la televisione.
Abbiamo tutti il "dovere" di dire queste cose ai nostri figli cercando di far capire loro quanto sono fortunati ad avere tanti "diritti" per essere nati Qui e non Lì….
Scritto dalla nostra amica Carmela
“Bisogna trasformare l'informazione in conoscenza, e trasformare la conoscenza in coscienza; bisogna dunque avere un atteggiamento etico verso la conoscenza. Una conoscenza astratta fa dell'uomo un'astrazione, ma un essere umano è tutto tranne che un'astrazione. Per questo, nel XX secolo, abbiamo assistito a tante atrocità: quando gli altri uomini sono soltanto un'astrazione senza umanità si possono annientare. Io penso che se sono informato dell'altro, l'altro per me vive e la sua vita mi chiama e le sue paure mi riguardano, e le sue gioie mi scaldano il cuore...
In fondo noi subiamo l'informazione, sono altri che ce la inviano. Però tutti concordano col dire che l'informazione dovrebbe essere anzitutto una testimonianza. Se ascolto un testimone deporre sulla storia o sulla sua o la mia vita, devo per prima cosa accettare quello che dice, cioè gli eventi e la memoria degli eventi, come se facessero parte della mia stessa vita e della mia stessa memoria. È solo allora che l'informazione, che è neutra, diventa conoscenza. Informarsi soltanto non costa sforzo, la vera fatica è trasformare l'informazione in conoscenza. È anche una fatica implicitamente etica, perché parte sempre da un riconoscimento dell'altro”.
Elie Wiesel
Il volto mi chiede e mi ordina.
La parola Io significa, eccomi
Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo.
Io non-intercambiabile, sono io nella misura in cui sono responsabile. Io posso sostituirmi a tutti, ma nessuno può sostituirsi a me. Questa è la mia inalienabile identità di soggetto. E in questo senso preciso che Dostoevskij dice: Noi siamo tutti responsabili di tutto e di tutti, davanti a tutti ed io più di tutti gli altri.
Emmanuel Levinas
La memoria che non entra nei nostri cuori prima che nelle nostre menti, non potrà mai trasformarsi in comportamenti.
Quanti genitori sono preoccupati perché il loro figlio è “troppo sensibile”, “troppo buono” e vorrebbero che imparassero “a difendersi” anche a costo a volte di usare violenza. Non concepiscono che il loro figlio possa soffrire, non ne accettano neanche l’idea.
Forse perché i mass media rovesciano quotidianamente nelle nostre case immagini di violenza reale o virtuale, ci siamo assuefatti e abbiamo perso la capacità di scandalizzarci di fronte a ciò che è il male nel mondo. Non ci sentiamo responsabili. Ma il non poter a volte dare una risposta di fronte a ciò che ci succede intorno non vuol dire dimenticare anche la domanda, che ci tiene vigili, attenti per lo meno, a «negare il nostro consenso» come dice Primo Levi [1]. È da questa capacità di dire “no” che inizia il nostro essere morale, che inizia la nostra libertà.
Oltre alla capacità di scandalizzarci, infatti, è venuta meno la capacità di sentirci responsabili delle nostre azioni, ci siamo liberati del senso di colpa. Ma il filosofo Givone ci mette in guardia e dice: «Ma la colpa non è solo senso di colpa, la colpa è la colpa, la colpa è responsabilità attiva e un livello più profondo di coscienza e di esperienza»
Bisogna restituire il senso di responsabilità ai ragazzi. Bisogna che nessuno possa più liquidare un gesto ostile nei confronti di un altro con uno “scherzavo” o “non so perché l’ho fatto” o “lo fanno tutti”.
Devono rispondere di quello che fanno anche se non sanno quello che fanno. È questo il vero aiuto che possiamo dare loro: riappropriarsi del proprio senso di responsabilità e quindi della capacità di scegliere.
Il Parlamento è meta annuale di visite d’istruzione da parte degli alunni delle scuole di ogni ordine e grado. Gli insegnanti portano le loro classi a visitare il luogo nel quali vive la democrazia del nostro paese.
Dovrebbe vivere.
Scene come quelle che si sono viste in Senato, trasmesse dalla televisione e riportate da tutti i quotidiani, sono indefinibili. Qualunque aggettivo non esprime efficacemente lo sconcio di veder trasformate le aule austere del Parlamento in luoghi di combattimento nei quali volano insulti e parolacce, schiaffi, sputi, fischi e volgari lazzi, spintoni e aggressioni. In luoghi nei quali esibirsi in squallidi numeri indegni del più becero avanspettacolo.
E la storia delle nostre Camere è costellata, dal 1948 ad oggi, di sordidi episodi del genere.
Vien voglia di domandarsi se non abbiano ragione quegli insegnanti che propongono di abolire una volta per tutte le visite in Parlamento.
Che insegnamento trarre dalla vista di certi spettacoli?
Uno solo: che il rispetto è diventato merce di scarsissimo valore sull’attuale mercato. Che l’avversario va aggredito con ogni mezzo e non combattuto con idee, proposte e critiche costruttive. Povera patria.
Annarita
Ho già parlato (qua) di come, a mio avviso, sono importanti le immagini nella spiegazione di una lezione di storia. I dipinti, le xilografie, le incisioni ci sono di grande aiuto per rappresentare eventi, fatti, misfatti, per riconoscere episodi noti e meno noti, per aprirci finestre là dove usualmente c’è profondo buio.
La lezione di storia, aiutata da schemi e da foto, si rivelerà, così, piacevole e nello stesso tempo s’imprimerà nella memoria di coloro i quali ascoltano e guardano. Le parole, in un primo tempo, dovranno seguire le immagini per poi andare oltre e approfondire ciò che l’insegnante ritiene opportuno.
Qua di seguito lascio un post tratto dal mio blog, nella quale descrivo la cucina del Rinascimento. Potrebbe essere il punto di partenza per parlare di quell’epoca, come nasce il Rinascimento, come cambia, potrebbe essere base di discussione per girovagare per Venezia, Firenze, per i costumi, insomma: immagine chiama immagine e parola chiama parola, tutto sta nel saper assemblare bene le due cose, come perfetta simbiosi.
LA CUCINA NEL RINASCIMENTO
Chi non è sanamente curioso, raramente può indagare e capire da dove provengono determinate usanze. Normalmente gli storici sono curiosi per natura, sbirciano, analizzano, ricercano.
Così, dopo aver vestito e svestito la gente del 1400, mi intrufolo in una cucina rinascimentale, una cucina del ceto alto, per osservare e dettagliare i loro modi e costumi.
Bene, le mie ricerche mi portano a Venezia, quella Venezia del 1570, anno di pubblicazione di un interessante libro di Bartolomeo Scappi, Opera dell'arte di cucinare. Bartolomeo fu un cuoco, anzi, il cuoco secreto, come allora si diceva, cioè personale, di papa Pio V (1504-1572).
Per meglio descrivere la cucina dell'epoca, cucina intesa come materiali che la componevano e l'arredavano, mi aiuto postando alcune immagini tratte dal libro dello stesso Scappi, primo e significativo libro che annotava - anche, ma non solo - dettagliatamente ogni suppellettile necessario all'arte della cucina.

Salta subito alla vista, a destra del camino, un sacco di paglia sospeso dove si infilavano i coltelli e altri utensili, sempre pronti per essere adoperati. Sul tetto si appendevano le carni, sui tavoli piatti, tegami, sulla sinistra un contenitore con l'acqua, mentre il fuoco, generalmente, rimaneva accesso notte e giorno, scoppiettando e preparato per cucinare qualsiasi pietanza. Vicino al camino, uno spiedo arrostendo cacciagione.

Altri utensili che si adoperavano in una cucina nel Rinascimento: padelle, tegami, mestoli, cucchiaioni, forcine, ecc. Potremmo fare il confronto con la nostra epoca e notare che, in fin dei conti, abbiamo tutt'oggi gli stessi strumenti, magari diversamente disegnati.

In questa immagine, possiamo notare la varietà di coltelli - da torta, da pasta, da raschiare -, ma anche spiedi e forcine. In basso a sinistra è raffigurata una siringa che si usava per le decorazioni, oltre a un ferro da maccaroni per la pasta.
Felicità.
Rino, invitando a osservare.